A un punk bisogna sempre concedere un secondo sguardo, l’ho sempre pensato. Il primo gli cade addosso per caso, il secondo fa una curva a gomito e gli si scaraventa addosso con curiosità violenta. Ma è quello più giusto, a voler ben guardare.

Che roba, i punk. Il mio personale addio a Londra ha la faccia assorta di un punk che guarda lontano, in profondità. Ha una cresta di capelli che si alza verso il cielo, colorata e composta. Regole e contrasto.

Chiudo gli occhi e vado indietro nel tempo.

Estate 1996, Londra. Io poco più che ventenne. Garfunkel’s, catena di fast food londinese ancora viva e vegeta. Colloquio di pochi minuti con il responsabile della sede e dalla mattina dopo “Puoi andare direttamente alla sede di London Bridge, lì troverai la divisa”. Faceva anche questo la mia generazione: pur di andare a Londra si inventava un modo. Poteva essere lavoro, studio, studio e lavoro. Volevamo vederla, questa Londra, con il suo mix di culture, abitudini, storture, sporcizia, moquette, il cibo ok lasciamo stare ma se volevo la carbonara restavo a casa.

Arrivarci non era difficile, ma servivano i soldi. E, miracolo, anche quelli potevi rimediarli. Bastava un colloquio veloce e chissene importa chi eri e chi non eri. C’era posto per tutti. Soprattutto, ma te ne rendi conto dopo, ecco lo staff: una francese, una iraniana, una polacca, una spagnola, un’italiana. Due camerieri turchi, l’addetto alla cassa tedesco e il responsabile vietnamita. A parte lui, nessuno di noi raggiungeva i trent’anni.

I punk imperversavano, colorati, vestiti di pelle, di borchie e di stivali. Erano belli a vedersi e non mettevano paura. Disordine e compostezza.

Guardo i foglietti accanto a me: sono le ricevute del pagamento dello stipendio settimanale che ricevevo da Garfunkel’s. L’estate prima, a Roma, 700mila lire in nero in un negozio del centro. Anche questo è Londra, la differenza nei fatti: le regole rispettate e il sogno che puoi realizzare. Come i punk e la loro filosofia, rigore e sogno.

Estate 2019. E’ un giorno di luglio quando mi rendo conto che il tempo scorre e che i miei figli rischiano di non vedere Londra quando ancora è un bene comune. In fretta e in furia un biglietto e il 3 dicembre eravamo lì. Nella mia testa l’obiettivo era non pensarci, ma non era facile: le strade erano piene di giornalisti, ovunque tv e capannelli, quelli erano i giorni del voto. Ho immortalato tutto, perché se non scrivo scatto foto. E ho visto con gli occhi stupiti dei ragazzi la città più vivace del mondo sfilare sulla mia passerella per l’ultima volta con la bandiera d’Europa addosso.

E anche se mi ero detta e ripetuta che quel viaggio era per i ragazzi sapevo che in fondo cercavo qualcosa anche io. Qualcuno, anzi.

Volevo l’ultimo punk, da vedere e fotografare e alla fine l’ho trovato e l’ho messo a fuoco. Era seduto su un muro a Camden, una sterlina per una foto con lui, chiedeva. L’ho fermato per sempre in uno scatto veloce, e ho pensato che se un punk chiede un pound per farsi bloccare in un periodo, è vero che siamo di fronte al crollo di un’icona, ma significa anche che quel momento è già storia, ed è storia passata. Significa che il punk sa di essere già un’immagine da moneta, da salvare, da riscattare, un giorno all’asta dei valori culturali.

Ecco perché sono straordinari, i punk. Perché continuano ad annusare l’aria che tira. E vanno sempre avanti, sempre oltre. Ho scattato quella foto il 4 dicembre 2019, a Camden Town.

Riapro gli occhi di colpo.

1 Febbraio 2020. Alla fine è successo. Dell’arrivederci, dico, non dell’addio, di quei quattro zero proiettati sulla facciata del 10 di Downing street dopo il countdown e i rintocchi del Big Ben. E’ successo che addirittura fossero in migliaia in piazza a esultare per un risultato di cui non vedranno mai le conseguenze perché anagraficamente troppo anziani. La verità dei fatti è che quel che è accaduto è questo: che una decisione epocale, seconda solo a quella assunta da Enrico VIII nel 1532 – guarda te se bisogna guardare indietro anziché avanti – sia stata messa a segno dagli abitanti conservatori delle campagne e delle periferie inglesi.

Ecco quello che può fare la paura, lo stiamo vedendo con il cannocchiale, teniamolo bene a mente. “Popolo sovrano”, lo chiama Johnson. E per salvarmi penso a quel gran capolavoro che è La sovrana lettrice. Anche lì si parla di un’abdicazione, di un addio. Ma siamo su tutta un’altra cifra. Alan Bennett, qui sì che ci vorresti tu, adesso più che mai, a ricordarci che cosa significa Londra, l’Inghilterra e quel vento di contrasto – regole e sogno; disordine e compostezza, rigore e contrasto – quel vento umoristico e raffinato che oggi rischia di spirare più lontano, troppo lontano, diciamo fuori dai nostri confini naturali.

Ci vorresti tu, Bennett, e un punk. Perché Londra, in sintesi, siete voi.

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