Edgar Morin è vivo e lotta insieme a noi. La complessità contro il ‘riduzionismo’ bellicista
Edgar Morin è stato uno dei maggiori intellettuali del ‘900 e del primo quarto del secolo in corso, ma illuminerà ancora il futuro. Queste righe, scritte tra la sua morte avvenuta il 29 maggio scorso e il 105esimo compleanno che sarebbe stato il prossimo 8 luglio, non possono certamente ricostruirne la vita e l’opera monumentale centrata sul metodo, per la quale rimando, oltre ai testi dell’Autore, al volume curato da Mauro Ceruti, Cento Edgar Morin, per i cento anni dell’“umanista planetario”. Non mi soffermo neanche sulla trilogia dell’educazione – dalla Testa ben fatta, ai Sette saperi necessari all’educazione del futuro al Manifesto per cambiare l’educazione – che pure non deve mancare nella formazione di ogni educatore. Metto a fuoco, invece, il Morin ultracentenario che fino alla fine non ha smesso di denunciare “l’isteria di guerra” nella quale siamo precipitati.
Ero presente all’Arena di pace a Verona il 18 maggio 2024, insieme a migliaia di costruttori e costruttrici di pace quando, rispondendo all’appello di papa Francesco e non potendo essere presente fisicamente, Morin mandò un breve videomessaggio registrato in ospedale nel quale ribadiva che di fronte “a tanti pericoli, tante guerre, tanta difficoltà a trattare i problemi fondamentali dell’umanità, c’è bisogno di una coscienza fortissima della necessità di lavorare insieme per fare un movimento ardente e forte per la pace”. La costruzione di questa “coscienza fortissima” è stata al centro degli ultimi interventi pubblici attraverso tutti i canali, compresi i profili social dove fino a pochi mesi fa decostruiva lucidamente ed essenzialmente il bellicismo dominante sui media: “Dobbiamo resistere all’oscurantismo, alle illusioni, alle visioni unilaterali. Dobbiamo sempre verificare le informazioni e le verità ufficiali. Non dobbiamo lasciarci trascinare nell’isteria collettiva”, scriveva su X il 7 novembre 2024. E il 5 giugno 2025 – lui di origini ebraiche sefardite, autore dell’importante saggio su Il mondo moderno e la questione ebraica – segnalava: “l’identificazione quasi viscerale con Israele rende insensibili e ciechi”.
Aveva aperto gli anni Venti del XXI secolo Edgar Morin con uno scritto dal titolo La fraternità, perché? (2020) nel quale indicava il paradosso della mondializzazione che, mentre ha creato “una comunità di destino per tutta l’umanità” ha generato pericoli globali, tra i quali “la moltiplicazione delle armi nucleari di distruzione di massa, così come delle armi chimiche e informatiche capaci di paralizzare una nazione intera”. Rispetto ad essi l’orizzonte di salvezza è costruire percorsi di fraternità che “deve diventare scopo senza smettere di essere mezzo” ossia cammino “dell’avventura umana”. Ma le cose non sono andate così, la pandemia di Covid ha pienamente dispiegato i pericoli della mondializzazione senza governo, amplificando le pericolose “regressioni” indicate da Morin nel libro Cambiamo strada (2020). Tra di esse le guerre e il riarmo, intraviste lucidamente nel rischio di conoscere ancora “ciò che avvenne a Sarajevo nel 1914 o a Danzica nel 1939: una bomba e la rivendicazione di un esaltato hanno provocato, entrambe le volte, attraverso reazioni a catena del tutto impreviste, la conflagrazione e l’ecatombe di due guerre mondiali”. Di fronte a questo possibile scenario, cambiare strada non è utopia ma realismo: “il vero realismo può proporre delle idee che sembrano utopiche ai realisti ufficiali. Il vero realismo sa che l’improbabile è possibile e che la cosa più importante e frequente è il sopraggiungere dell’inatteso nel reale”.
Perché il messaggio sia più chiaro, l’agile libro successivo s’intitola Svegliamoci! (2022), dove svolge una precisa analisi della situazione di precarietà globale, tra dimensione delle minacce e consapevolezza del pericolo. Da Hiroshima e Nagasaki in avanti, “il progresso della potenza umana è sfociato nell’impotenza umana di controllare la propria forza. Ma tutto questo è come anestetizzato dal sonnambulismo generale della nostra vita quotidiana”. Siamo nel pieno della policrisi planetaria e, se abbiamo sperato che la pandemia svegliasse le coscienze a portasse ad un cambiamento di rotta, al contrario “le misure di controllo e sorveglianza delle popolazioni, ufficialmente giustificate da ragioni sanitarie, costituiscono anche le prime impalcature di una società della sorveglianza e della sottomissione”, come accade in Italia con il susseguirsi dei “decreti sicurezza”. Per uscirne è necessario, prima di tutto, un cambio di paradigma nel modo stesso di pensare ed è il centro dell’impegno culturale di Morin: sostituire i pensieri semplificanti, unilaterali e parziali, con “principi che permettano di riconoscere, distinguere, e riunire antagonismi complementari”. Quanto di più difficile in tempi di guerra.
“Già in tempi cosiddetti normali, è predominante la conoscenza compartimentata e decontestualizzata” – scrive nel successivo libro Di guerra in guerra (2023) – “Quando imperversa l’isteria fanatica o l’isteria di guerra, essa diventa sovrana e provoca l’odio di ogni conoscenza complessa e di ogni contestualizzazione”. E’ uno scritto fondamentale per comprendere la regressione del pensiero, dell’informazione, del linguaggio in Europa a partire dalla guerra russo-ucraina, per il quale lo stesso Morin è stato incredibilmente accusato in Francia di “putinismo”. Ma, concludeva Morin, “più la guerra si aggrava, più la pace è difficile ed urgente. Evitiamo una guerra mondiale. Sarebbe peggio della precedente”.
L’appello più recente di Morin è del 29 novembre 2025, Dove va il mondo, pubblicato su il manifesto e su ytali., nel quale accusa lucidamente i governi europei di contribuire all’escalation della guerra in Ucraina, anziché favorire il negoziato, agitando la minaccia russa anziché guardare alle catastrofi ecologiche, politiche e militari. Ciò che c’è da fare oggi, prima di ogni altra cosa, è dunque agire “con l’intenzione di salvare l’umanità dalla autodistruzione”. Nel tempo del riduzionismo bellicista il pensiero della complessità di Edgar Morin è vivo. E lotta insieme a noi.