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Il ‘crepacuore’ esiste davvero: una possibile spiegazione clinica del caso di Marjane Satrapi

L’esperienza clinica mostra che una delle situazioni più critiche per il verificarsi dello Takotsubo è rappresentata dalla privazione forzata della funzione genitoriale
Il ‘crepacuore’ esiste davvero: una possibile spiegazione clinica del caso di Marjane Satrapi
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Il tempo della medicina ci ha permesso di diagnosticare e dare un nome a ciò che, fino a pochi anni fa, veniva semplicemente chiamato “crepacuore”. Oggi sappiamo che molte condizioni cardiache transitorie che possono insorgere in seguito a eventi emotivi particolarmente intensi possono essere ricondotte alla sindrome di Takotsubo, nota anche come “sindrome del cuore infranto” o “cuore in gabbia”. Questa parrebbe essere stata la causa della morte della fumettista iraniana Marjane Satrapi.

La ricerca e la clinica consentono di attribuire, a posteriori, un nome a molte morti che appaiono incomprensibili a chi non conosce la profondità con cui il dolore può incidere sul corpo umano.

Nel mio paese natale, in Toscana, tutti conoscono ancora la storia di Alma. Aveva un figlio disperso in Russia e trascorreva le giornate fissandone la fotografia. Gli amici cercavano di proteggerla da quello che allora veniva chiamato semplicemente “crepacuore”, una sorte che, secondo il sapere popolare, aveva già colpito molti familiari di soldati mai tornati dalle guerre.

Le tolsero la fotografia dal comodino. Per qualche tempo la sua vita sembrò riprendere un corso normale, almeno in apparenza. Poi, un giorno, senza dire nulla ai nipoti, si recò al cimitero e si fermò davanti all’ossario dei caduti in Russia. Lì era conservata anche la fotografia del figlio. Rimase a lungo ad accarezzarla e a contemplarla.

La trovarono morta quella sera, senza che nessuno si fosse accorto di nulla.

La vulgata popolare vuole che quando la trovarono, avesse sulle labbra un sorriso appena accennato, come se fosse certa di aver finalmente rivisto il figlio perduto per sempre.

Per comprendere eventi come questo, occorre guardare non soltanto all’organo, bensì alla struttura stessa del legame affettivo. La sindrome di Takotsubo è infatti frequentemente associata all’impossibilità di elaborare un lutto, di dare una collocazione simbolica alla perdita e al distacco.

Freud insegna che, quando l’oggetto amato scompare, la sua ombra cade sul soggetto e lo ammanta di nero, inaugurando il tempo depressivo del lutto. Il lavoro dell’elaborazione consiste nel progressivo disinvestimento dell’oggetto perduto, affinché l’energia affettiva possa trovare nuove destinazioni e la vita possa tornare a scorrere. Non sempre, però, questo processo si compie. Talvolta il soggetto resta fissato all’istante della separazione. Il tempo cronologico procede, ma quello soggettivo si arresta. La persona scomparsa continua a vivere in modo immaginario nei suoi gesti, nelle sue parole, nelle sue abitudini; il ricordo ritorna incessantemente e ogni immagine riapre una ferita che non riesce a cicatrizzarsi.

Quando ciò accade, il cuore sembra ammalarsi perché incapace di reggere l’assenza.

L’esperienza clinica mostra che una delle situazioni più critiche per il verificarsi dello Takotsubo è rappresentata dalla privazione forzata della funzione genitoriale. La cronaca è piena di genitori consumati dal trauma di un figlio scomparso.

Alcuni mesi dopo la morte del figlio, un militare dell’esercito britannico che si era tolto la vita, Dawn Turner, una donna di 57 anni, venne colpita da un improvviso e violentissimo dolore toracico. Era il marzo del 2026 e i sintomi apparivano del tutto compatibili con quelli di un infarto: oppressione al petto, difficoltà respiratoria e la sensazione di essere in pericolo di vita. Gli accertamenti diagnostici esclusero tuttavia la presenza di un infarto miocardico e confermarono la sindrome da “cuore in gabbia”.

Oltre al lutto, anche le separazioni forzate dai figli sono terreno di coltura di tale patologia. Quando l’accesso al figlio viene impedito — per separazioni conflittuali, provvedimenti giudiziari o circostanze lavorative particolarmente gravose — chi ha costruito la propria identità attorno alla funzione genitoriale può sperimentare una sofferenza devastante.

“Non ha più senso che io viva, dottore, se non posso vederlo crescere”, mi disse un paziente il cui cuore sembrò consumarsi lentamente dopo il distacco dal figlio, mentre trascorreva mesi di isolamento osservando ossessivamente le foto del ragazzo allontanato dal tribunale.

In questi casi si osservano spesso forme di supplenza affettiva: fotografie guardate ossessivamente, filmati rivisti all’infinito, vecchie immagini custodite come reliquie. Si cerca di mantenere vivo un legame che la realtà ha interrotto, ma che la psiche continua a considerare indispensabile. Nelle festività, in occasione di particolari anniversari, nel momento di sfogliare le foto dei ricordi, per chi rientra in queste condizioni il “crepacuore” può rivelarsi in tutta la sua tragica verità.

La morte della principessa Padmé Amidala alla fine di Star Wars Episodio III rappresenta probabilmente uno degli esempi più celebri, nella filmografia , di morte per Takotsubo. Dopo aver dato alla luce i gemelli Luke e Leia, si spegne senza che i medici riescano a individuare una causa organica capace di giustificarne la fine. Il suo corpo appare integro, ma il suo universo affettivo è andato completamente in frantumi. Ha assistito alla trasformazione dell’uomo che amava nel temibile Darth Vader, alla dissoluzione della Repubblica e al crollo degli ideali ai quali aveva consacrato la propria esistenza. In altre parole, ha visto scomparire, nel giro di pochi giorni, tutto ciò che dava significato alla sua vita. Il droide medico, mentre la aiuta a dare alla luce i due figli, pronuncia la famosa frase: “Dal punto di vista medico è completamente sana. Per ragioni che non riusciamo a spiegare, la stiamo perdendo”. Alla domanda di Obi-Wan: “Sta morendo?”, il droide risponde: “Non sappiamo perché. Ha perso la volontà di vivere”

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