Dalla par condicio alla pax condicio: parte la campagna No Peace No Panel per ripensare la narrazione della guerra sui media
Silenziata dalla narrazione mediatica dominante, resa vuota dal modo retorico in cui ne parla la politica, banalizzata dal mondo della cultura e dell’arte: la pace non è mai stata così necessaria, eppure non è mai stata così latitante, a partire dai nostri feed social.
È da questa urgenza che nasce No Peace No Panel, la campagna sostenuta da giornalisti e giornaliste del servizio pubblico e privato, cittadini e cittadine comuni, direttori e direttrici di testate nazionali, intellettuali, vertici degli enti di categoria e associazioni giornalistiche e dalle più importanti associazioni e reti pacifiste. L’obiettivo è quello di ripensare la narrazione (soprattutto mediatica) passando dal concetto di par condicio a quello di pax condicio: per i dibattiti (e i contenuti) che trattano gli svariati temi contemporanei è sufficiente il consueto equilibrio tra destra e sinistra (par condicio), ma quando si parla di guerra questo schema non basta più, perché l’unico contraddittorio all’altezza del conflitto, è la pace. Allora bisogna iniziare a chiedersi se è presente almeno un portavoce di pace, se si sta rappresentando solo il bellicismo, se si è dato spazio alla pace e alle sue idee (pax condicio). Il decalogo è stato presentato anche in Commissione di Vigilanza Rai ed è in attesa di un voto che tarda da più di un anno e mezzo a causa dello stallo della Commissione. Intanto l’escalation mediatica continua, le guerre si moltiplicano e la voce della pace non trova spazio. Così oggi, grazie Fatto Quotidiano e alla creatività di MammaStudio, nasce una campagna social che prova a comunicare sui temi di pace in maniera nuova.
Parlare di pace è problematico perché per farlo dobbiamo prendere per forza in considerazione il suo opposto: la guerra. La pace sembrerebbe costituirsi solo per negazione: è il segno meno sulla guerra a dettare la pace, come se l’assenza, anche parziale di conflitto determinasse di per sé la pace. In questo modo, però, si priva la pace della sua dimensione narrativa e quindi della sua capacità trasformativa e resistente. Una condizione necessaria: se non alleniamo la pace, non avremo “muscoli” sufficienti per portarla sul ring e mandare al tappeto l’ennesima guerra. Proprio quello che sta succedendo.
Il pacifismo sembra avere le armi spuntate sia nella realtà – basti pensare a quante manifestazioni nazionali unitarie pacifiste si è stati in grado di organizzare in Italia in questo momento storico, che è considerato il più grave periodo di conflitti dalla seconda guerra mondiale ad oggi – così come nel racconto mediatico. I portavoce di pace sono gli ultimi chiamati a dire la loro e quindi non hanno modo di costruire opinione né leadership (cosa potremmo rispondere, ad esempio, alla domanda: chi è il nuovo Gino Strada?). La pace non è in grado di diventare virale sui social e ci sono pochissimi distributori di cultura e arte capaci di andare oltre lo sventolio di una bandiera arcobaleno e un pacifismo da “volemose bene”.
Intanto, il bellicismo imperversa. In questo ecosistema di dibattito pubblico la pace sembra un concetto debole, noioso, retorico, astratto. La guerra invece è concreta, necessaria, spettacolare, immediata. Nelle chiacchiere da bar – riflesso del talk show medio italiano – sembra sempre “vincere” il più informato di geopolitica, il più cinico e cosciente sugli equilibri tra potenze globali, insomma quello che alla fine dei conti porta avanti senza neanche saperlo un concetto basilare quanto tossico: la guerra è inevitabile. Come se il conflitto fosse la normalità e la pace l’eccezione. Per non parlare dell’opinionista da “se vuoi la pace, prepara la guerra”, come se la pace fosse derivativa e il suo fare dipendesse dalla guerra (sorvolando sul fatto che forse, dopo 1300 anni di sanguinosi conflitti, sia giunto il tempo che questa locuzione latina venga superata). E via discettando fino a chi si aggrappa a vecchi slogan tipo “il mondo non si cambia con i fiori”, per dare alla pace una cornice da ingenui sessantottini. O ancora “i pacifisti non sanno come funziona la realtà”, come se la realtà fosse una condizione perpetua di lotta.
Di fronte a tutto questo, la pace è disarmata. E anche chi sente dentro di sé che è la cosa giusta, non ha strumenti semplici e a portata di mano per parlarne. Il pacifista che è in noi capisce di doversi informare troppo, di dover cercare troppo su Google o di dover leggere troppi libri per poter far fronte al plotone d’esecuzione dei commentatori da tavolino pronti a metterlo all’angolo con un: “questi pensano di fermare i carri armati con i fiori”. Certo, trasformare la pace da concetto morale a fenomeno culturale non è un gioco da ragazzi. Lo dimostrano i tantissimi portavoce di pace (associazioni e reti, movimenti non-violenti, Ong che operano su territori di guerra) che, troppo spesso ignorati dai media mainstream, si battono da anni, con coraggio, per farlo.
La campagna No Peace No panel propone una soluzione, che non è l’unica. Il concetto è chiaro: fino a quando la voce della pace non verrà rappresentata equamente nei dibattiti e nei contenuti, questa verrà relegata nella spirale del silenzio e non emergerà, non avrà modo di guardarsi, ascoltarsi, immaginare nuovi significati, diventare popolare o criticata, ma comunque presente. È anche un problema di applicazione della Costituzione. “L’Italia ripudia la guerra” sì, ma solo lì, nella Costituzione (art .11).
Nel Paese e nel suo sistema informativo e culturale no, lì si parla quasi solo di guerra e il risultato è scontato: la guerra si moltiplica. Ecco perché pensiamo di dover passare dalla par condicio, alla pax condicio. Una proposta che riguarda non solo i dibattiti, ma anche i contenuti. In un Paese nel quale la maggioranza della popolazione nei sondaggi è sempre sfavorevole alla guerra e all’utilizzo della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, si parla troppo poco di pace: gli stessi sondaggi sono poco diffusi, c’è poco spazio per i libri usciti sul tema, le campagne dei pacifisti non vengono citate, le tesi del disarmo quasi mai rappresentate. Intanto c’è un militare o ex militare a fare da opinionista in ogni talk show (quando sarà possibile vedere la realtà analizzata da una prospettiva diversa, per esempio di un costruttore di pace?) e la narrazione giornalistica non riesce ad andare oltre la cronaca di guerra e l’immagine di scenari sempre più allarmarti. È l’escalation mediatica.
Noi vorremmo una pace dai toni forti, che sia in grado di essere anche pop, ironica, riconoscibile. Perché no: “memizzabile”. In grado di operare inversioni di senso: riuscite a immaginare una “propaganda di pace”? Una parola che andrebbe risemantizzata, perché oggi non riesce a contenere l’enorme somma di bellezza che produce: le vite senza droni sulla testa, senza guerra nei tg, senza paura dell’invasore, con le menti sgombre dall’angoscia, libere di sognare un mondo migliore, di dedicarsi a salvare il pianeta dalla crisi climatica o semplicemente vivere un’esistenza di pace.
Eppure come spiega l’artista visual Tommasina Giuliasi con il suo progetto artistico di proiezioni su bandiere bianche: non ci danno pace. E noi, non dovremmo iniziare a prendercela da soli?
Max Brod: Giornalista Rai e coordinatore della campagna No Peace No Panel