La vittoria di Stefano Bonaccini o la sconfitta di Matteo Salvini? Cosa conta di più?

L’esito del voto emiliano-romagnolo risulta sorprendente a causa della falsa narrazione imposta dai sondaggisti nelle settimane scorse. Quella in cui veniva raccontato un testa a testa farlocco e che non è mai esistito nella realtà. Forse sarebbe ora di porre un problema democratico dei sondaggi prima e dopo le elezioni (i cosiddetti exit poll con l’ennesima figuraccia della Rai chez Bruno Vespa) e rivelare alla pubblica opinione chi li commissiona e come vengono eseguiti nell’arco degli ultimi venti giorni di campagna elettorale.

Com’è possibile, infatti, passare dal testa a testa diffuso dagli spin doctor sabato pomeriggio agli oltre otto punti di distacco registrati alla fine tra il vincente Bonaccini e la più che perdente Lucia Borgonzoni?

Detto questo, contano molto entrambe. Sia la vittoria del centrosinistra sia la disfatta leghista. La prima guarda la seconda e viceversa. Basta analizzare il dato dell’affluenza, con quel trenta per cento in più rispetto alle desolate Regionali dell’Emilia-Romagna del 2014, quando i votanti furono appena il 37 per cento. E qui a pesare sono stati due fattori: la mobilitazione delle Sardine, nate proprie in concomitanza con l’arrivo di Salvini a Bologna a metà del novembre scorso, e la difesa del modello emiliano da parte dei pragmatici residenti della storica regione rossa.

In pratica, il candidato governatore del Pd, presidente uscente, ha offerto garanzie e sicurezza che la donna scelta dalla Lega non ha saputo o voluto dare, in una campagna vissuta all’ombra del Leader Matteo e assolutamente priva di contenuti. Non solo, il salvinismo dei citofoni, di Bibbiano e del Papeete non ha spaventato solo gli elettori grillini ritornati al Pd o che hanno praticato il voto disgiunto, ma anche una parte dei moderati di destra (in particolare quelli di Forza Italia), come dimostra la differenza di consensi tra la coalizione e la candidata presidente: qui la Borgonzoni ha preso oltre il tre per cento in meno rispetto alle liste.

Un grande vincitore e un grande sconfitto, quindi. Per quanto riguarda il primo c’è da aggiungere che ovviamente la sua affermazione stabilizza il governo Conte, alla luce del valore nazionale dato alla competizione dal trasloco salviniano in Emilia-Romagna per oltre due mesi; ma non risolve una delle incognite emerse dai dati: la scontata catastrofe del M5S. Da un lato è chiaro che il loro candidato, Simone Benini, è stato triturato dalla logica del voto utile e antisalviniano, dall’altro però è fin troppo evidente che le dimissioni di Luigi Di Maio avevano come presupposto il crollo giallorosso nella regione.

Questo non solo non è successo, ma accentua ancora di più il carattere manicheo dei prossimi Stati Generali di marzo del Movimento: da un lato la visione post-ideologica predicata da Di Maio, dall’altro i contorni di un nuovo centrosinistra riformista che ha in Giuseppe Conte un fortissimo punto di riferimento. Il bivio dei 5S per sopravvivere è questo ed è impossibile valutare quale delle due sia l’opzione migliore, visto che i grillini dal 2018 hanno sempre perso, sia quando erano alleati della Lega, sia adesso che lo sono del Pd.

Su Salvini, infine, c’è da aggiungere che ha sbagliato completamente campagna elettorale e questo favorisce ulteriormente le divisioni nel centrodestra. Lui, Meloni e Berlusconi sono ormai tre capi che si sopportano solo in vista di una vittoria alle Politiche, che al momento non sono all’orizzonte. Ergo, se è vero che l’Italia non assomiglia all’Emilia-Romagna per tanti motivi, è altrettanto vero che prosciugare il consenso della Lega può essere l’obiettivo di questo governo e di questa maggioranza da qui al 2023 (e passando per l’elezione del capo dello Stato nel 2022).

Ma se anche il Conte 2 guadagnasse almeno un altro anno di vita (in primavera il referendum sul taglio dei parlamentari, indi il nuovo turno delle Regionali) cosa s’inventerà Salvini per reggere un altro anno all’opposizione in compagnia della sua Bestia?

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