di Roberto Iannuzzi*

Fino a pochi anni fa, per assistere a un uragano bisognava spostarsi negli oceani, dall’Atlantico al Pacifico. Oggi una tempesta di notevole potenza può scoppiare anche nel Mediterraneo. Il discorso potrebbe riferirsi ai cambiamenti climatici, ma si applica progressivamente anche a quelli geopolitici se nella frase precedente agli oceani sostituiamo il Medio Oriente.

Nei decenni passati abbiamo assistito alla distruzione dell’Iraq, poi della Siria e dello Yemen. Conflitti di inaudita violenza ma di breve durata hanno investito il Libano e Gaza. Le tensioni con l’Iran sono cresciute fino a raggiungere più volte i limiti di un conflitto armato. Molti di questi paesi sono mediterranei a pieno titolo, ma percepiti come mediorientali (cioè “lontani”) nell’immaginario italiano ed europeo.

In realtà, già dal 2011 l’intervento Nato in Libia – a seguito dell’enorme sconvolgimento delle rivolte arabe che ha coinvolto anche paesi a noi prossimi, come Tunisia ed Egitto – avrebbe dovuto farci capire che non è così, che ciò che avviene al di là del Mediterraneo ci riguarda da vicino. Ma dopo aver rovesciato e ucciso il leader libico Gheddafi, travalicando il mandato Onu che prevedeva un intervento finalizzato a favorire un negoziato fra i contendenti, America ed Europa non hanno saputo stabilizzare il paese, mentre l’evoluzione della crisi è spesso totalmente scomparsa dall’orizzonte dei media occidentali.

Del resto la copertura mediatica è non di rado ingannevole, cosicché mentre l’opinione pubblica si dimenticava della Libia e dei conflitti mediorientali sopra citati, l’intervento di diversi governi occidentali ha contribuito spesso a inasprirli – dopo averli in alcuni casi anche provocati. Il risultato di tali interventi è stato invariabilmente fallimentare, causando non solo gigantesche crisi umanitarie in loco, ma anche inasprendo i fenomeni migratori, favorendo l’insorgere di fenomeni estremisti come l’Isis e aggravando le tensioni geopolitiche internazionali.

All’inizio del 2011 in Italia consideravamo ancora la Libia come il nostro cortile di casa, “la quarta sponda” secondo un gergo che tradisce il nostro retaggio coloniale. Certo, c’erano gli interessi francesi e inglesi, gli investimenti turchi, russi e cinesi, ma nessun altro poteva vantare rapporti stretti come i nostri con questo paese nordafricano. All’indomani della conferenza di Berlino dobbiamo prendere atto di un ruolo italiano molto ridimensionato, di un’Europa divisa e inconcludente, del sostanziale disinteresse americano e di paesi come Emirati Arabi Uniti, Turchia, Russia ed Egitto che hanno colmato il vuoto geopolitico provocato dal fallimento occidentale, divenendo i veri arbitri del conflitto libico.

Nella fase di preparazione della conferenza, gli stessi stati che lavoravano alla stesura del comunicato finale hanno continuato a inviare armi in Libia, e nessun meccanismo sanzionatorio è stato annunciato nei confronti di coloro che continueranno a violare l’embargo Onu.

La crisi libica è poi ulteriormente complicata da ciò che sta avvenendo altrove nel Mediterraneo. Il recente accordo fra Ankara e il governo tripolino di al-Sarraj ha fatto scalpore non solo per la promessa assistenza bellica turca, ma perché pone le basi per la creazione di una zona economica esclusiva che potrebbe ostacolare la costruzione di EastMed, il gasdotto sottomarino israelo-greco-cipriota destinato a raggiungere l’Italia escludendo però paesi come Libano, Siria e la stessa Turchia.

L’aggressività turca nel Mediterraneo è ulteriormente stuzzicata dai rapporti militari sempre più stretti che Washington sta tessendo con Atene, rivale storica di Ankara. La mossa americana non deriva solo dal raffreddamento dei rapporti con l’alleato turco, ma dalla volontà statunitense di contenere la proiezione russa a sud del Bosforo. L’esito è tuttavia di esasperare la sindrome di accerchiamento turca.

Altra conseguenza è che, dopo l’accordo turco-libico, anche la Grecia vuole avere voce in capitolo in Libia: ha recentemente ospitato Khalifa Haftar (il rivale di al-Sarraj) ad Atene e rischia di rappresentare un ulteriore ostacolo a una posizione europea unitaria nella crisi libica.

L’intervento turco nel Mediterraneo inoltre turba l’Egitto di al-Sisi, rivale di Ankara nello scontro intra-sunnita che nel 2013 ha visto il primo rovesciare, con l’appoggio dei sauditi e degli Emirati, il governo dei Fratelli Musulmani egiziani sostenuto dal presidente turco Erdogan.

Né Il Cairo né Abu Dhabi sono minimamente propensi ad accettare una presenza turca in Libia in aiuto di al-Sarraj contro il loro protetto Haftar. Quest’ultimo a sua volta ha buoni rapporti con i russi, che dal canto loro intendono usare la Libia come carta negoziale nei confronti dell’Europa, eventualmente anche nel loro confronto con Washington.

Il dato preoccupante è che, in questo quadro sempre più intricato, tutti i principali attori agiscono in ordine sparso, ciascuno intento a perseguire i propri interessi a scapito di qualsiasi cornice sovranazionale – sia essa l’Europa o l’Onu – che possa tentare di ricomporre le diverse posizioni alla ricerca di una soluzione negoziata. Una frammentazione di intenti e un intreccio di rivalità che non lasciano presagire nulla di buono per la stabilità del Mediterraneo.

* Autore del libro “Se Washington perde il controllo. Crisi dell’unipolarismo americano in Medio Oriente e nel mondo” (2017)

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