di Francesca Scoleri

Indice di percezione della corruzione: Transparency international pubblica il report del 2019. L’Italia lievemente in salita ma persiste il retaggio di metodi criminali che ad oggi risultano incontrastabili. Interessante il punto su alcuni freni alla lotta alla corruzione: lobbying e conflitto di interesse.

La legge Bonafede, denominata “Spazzacorrotti“, ha tracciato la linea per importanti passi avanti rispetto al passato, quando cioè le maggiori forze di governo (e di opposizione) trovavano sempre la quadra intorno a leggi che spacciavano per necessarie alla libertà dei cittadini elevando il valore del garantismo.

La lista è lunga, spazia dalle intercettazioni alla prescrizione. Durante il governo Gentiloni il capolavoro definito “legge ad cognatum, che impediva la procedibilità d’ufficio per il reato di appropriazione indebita. Più chiaramente: senza querela della parte “derubata” gli indagati possono farla franca. Incredibilmente, proprio in quel momento, erano i fratelli del cognato di Matteo Renzi ad avere problemi di questo tipo, indagati dalla procura di Firenze con l’accusa di aver destinato soldi ricevuti a scopo benefico a favore di bimbi africani ai propri conti. I tre sono stati poi imputati per la vicenda, perché nel frattempo il reato è tornato ad essere perseguibile senza la querela di parte.

I partiti votarono a favore e degli effetti hanno beneficiato un po’ tutti, anche Umberto Bossi col figlio, per la stessa dinamica; la Lega non ha presentato denuncia contro di loro per fondi sottratti al partito e la Corte d’Appello di Milano ha disposto il non luogo a procedere, nonostante vi fosse una richiesta di conferma di condanna emessa nel primo grado di giudizio. Non solo: ci siamo ritrovati Bossi nuovamente seduto fra i banchi del Senato, in barba a quanto stabilito dall’art. 54 della Costituzione, e 49 milioni di euro da cercare in giro per il mondo.

E’ facilmente comprensibile come le attività di corruzione abbiano vita facile in questo Paese proprio grazie a colossali stravolgimenti che nascono in sede parlamentare dove, è ormai chiaro, si lavora per garantire impunità a chi vorrebbe un codice penale a parte rispetto al resto dei cittadini. Una azione eversiva condotta da una task force in cui i politici comprano le opinioni e quindi gli organi di informazione; quelli televisivi in particolare, che continuano a rappresentare il bacino in cui i cittadini alimentano il proprio pensiero.

Lo abbiamo visto con estrema chiarezza nei giorni scorsi; tutti mobilitati per la commemorazione/riabilitazione di Bettino Craxi al fine di screditare l’azione giudiziaria di chi, scoperchiando un sistema politico imprenditoriale tossico per l’economia del Paese, ha fatto semplicemente il proprio dovere.

Perché? Perché questa nazione ha una gestione della cosa pubblica fondata su intrecci di potere che non può permettersi un cambio di rotta. Sarebbero troppi i soggetti colpiti da un rinnovo del sistema e tutti eccellenti. Non sarebbe il mafioso di Palermo o il capo cosca di Reggio Calabria ad essere annientato da misure penali più severe adottate contro chi saccheggia i conti pubblici. Questi soggetti non sottrarrebbero fondi pubblici se non ci fosse un politico o un pubblico ufficiale corrotto a concederglieli sulla base di accordi continuativi. Sono i saccheggiatori dei beni dei contribuenti quelli preoccupati da normative come l’interruzione della prescrizione.

C’è inoltre un sistemico attacco nei confronti dei cosiddetti whistleblower, figure sparse su tutta la penisola che a seguito di denunce su illeciti riscontrati sul posto di lavoro finiscono sempre più spesso per attraversare il devastante percorso fatto da isolamento, discredito e perdita del lavoro stesso.

La corruzione si combatte anche con queste figure che all’estero sono inquadrate da principi premiali da parte dell’amministrazione pubblica. Qui, il sistema non rende conveniente denunciare: è come tuffarsi in un mare pieno di squali. Qui conviene adeguarsi e stare zitti.

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