Gli animali fantastici, Pinocchio e Matteo Garrone. Ci abbiamo pensato un po’ prima di scrivere l’attacco del pezzo parafrasando scherzosamente J.K. Rowling. Perché il film di Garrone, in sala dal 19 dicembre, tratto pedissequamente dall’oramai universale testo di Carlo Collodi, meritava un “chi tocca Pinocchio muore”. Poi è prevalsa, con fatica improba, una lettura di quello che abbiamo visto in una prospettiva animalesca, mostruosamente animalesca, quasi da bestiario medioevale. Perché l’unico tratto distintivo in questa messa in scena di un classico immutabile, e immodificabile, vuoi per mancanza di coraggio, vuoi perché Pinocchio è quella cosa lì, tutta senso di colpa e rispetto delle convenzioni sociali, è questo progressivo e affascinante slittamento, maestosamente figurativo anche se terribilmente in superficie, della versione Garrone in un mondo fantastico animale.

Dopo una prima parte da Albero degli Zoccoli, trainata per 25 minuti netti dal solito show titubante, buonista/bonario, finto povero di Roberto Benigni/Geppetto – uno che nel 2002 contro Collodi/Pinocchio ci si era schiantato chiudendo anzitempo la carriera di auteur nazionalpopolare – Pinocchio di Garrone tenta un lento e graduale decollo verso un terreno dalla creazione originale più spinta. Grazie anche ad una scansione temporale in avanti che permette a tutte le trasposizioni di Pinocchio delle rigide divisioni in sequenze autosufficienti, Garrone prova a costruire un racconto sull’ibridazione uomo-animale che spazia in maniera irregolare nell’inquieta mostruosità a lui cara. Il blocco del teatro dei burattini e Mangiafuoco (Gigi Proietti facce ride’) è pressoché nulla a riguardo. Mentre bisogna attendere l’arrivo del Gatto e della Volpe (Rocco Papaleo e Massimo Ceccherini – quest’ultimo anche sceneggiatore del film) per percepire il sentore di una mutazione che vada oltre il solito algido tran tran del recente cinema del regista romano.

Due cattivissimi approfittatori dei risparmi altrui (nell’evo sovranista potrebbero essere la perfetta trasposizione del binomio Fmi-Bce), uomini dalle sembianze animalesche luciferine, che dimostrano tutta la loro inusitata e irrispettosa crudeltà nel capitolo sui 5 zecchini da seppellire nel campo dei miracoli e poi da recuperare l’indomani quando ne saranno cresciuti mille (come non pensare al sistema della finanza bancaria attuale, diteci voi). La percezione che Pinocchio si infilerà nella fabula ha finalmente un suo sbocco materiale. Soprattutto perché lo spazio che si prende la Fata Turchina, che salva Pinocchio dal duo assassino, con il suo corollario di donne lumaca, medici corvacci, cocchiere scimmiesco, formalizza l’avvenuto trapasso in un pout-pourri di effetti speciali e fantasy da Storia infinita (noi tutti in visibilio per l’episodio della pulce ne Il racconto dei racconti, sia chiaro). Pinocchio di Collodi e Pinocchio di Comencini (un capolavoro sporco e pauperistico dalla sincerità disarmante) si allontanano. Il bimbo burattino (Federico Ielapi), francamente non proprio ispirato in questa gelida e ostentata meccanicità, diventa oggetto da manipolare in mano alla creazione garroniana. Non che le intuizioni visive siano travolgenti. Non che il viaggio pinocchiesco tra scuola vissuta controvoglia, la famiglia di Lucignolo che sala il pesce (aridatece Contadini del mare di De Seta) e un paese dei balocchi tetro e vuoto (in Garrone non esiste lo spirito del fanciullo, ma ci torniamo), facciano trasalire dalla peculiarità stilistica.

Però Garrone prova a lasciare un segno, a dare significato a questo suo faticoso, legnosissimo film su Pinocchio. Eccolo trasformare definitivamente il protagonista in asino, pardon ciuchino, e cominciamo a sentirlo soffrire, a piangere sul serio, sotto quella pelle d’asino che s’azzoppa e che deve essere liquidata dai freak circensi guidati dall’ottimo Massimiliano Gallo. Quando Pinocchio si fa bestia, palpita. Segnatelo sul taccuino. Segnatelo nel borsino delle emozioni di un film che ne è aridissimo. Poi ancora l’uccisione dell’asino e la trasformazione di nuovo in burattino. Complice una Fata Turchina che Garrone fa crescere in età da una sequenza all’altra, facendola diventare da smorfiosa bimbetta a sventola ragazzina come Marine Vacth.

Pinocchio finisce nello stomaco del pescecane ed oltre ad incontrare Geppetto (un Benigni finalmente tacitato e sedato con barba lunga) fa la conoscenza del Tonno (Maurizio Lombardi). Qui l’ibridazione uomo-animale, corpo da pesce e viso da uomo, compie definitivamente il suo percorso. Come se il bacio del burattino sulla fronte del pesce (“ti porterò nel mio cuore”, gli dice commosso il tonno in un momento estremamente toccante) certificasse un’umanità che sboccia sincera, lontana anche dalla programmatica rigidità collodiana, solo nella dimensione del fantastico mostruoso. Perché Garrone, uno che nella mostruosità del reale (L’imbalsamatore, Primo amore, Reality, e a suo modo Gomorra) ci aveva sguazzato con naturalezza, sembra riuscire a dare vita alla storia del burattino, a scioglierlo, a farlo personaggio condivisibile con il pubblico, e non solo icona archetipica di un sapere condiviso, in quell’attimo lì. Solo che arrivati qui Pinocchio di Garrone (di Benigni, di Comencini, di Collodi) finisce. E non rimane tantissimo. Anzi. C’è una durezza di fondo quasi più austera di Collodi stesso.

Visto che dalla parte dei bambini il romanzo non è mai stato, e che Garrone lo spirito bambinesco non sa cos’è, questo Pinocchio è gelido, imperturbabile, distantissimo dal cuore dello spettatore, oltretutto volutamente adulto. Curiosa la miscellanea di inflessioni dialettali tra i protagonisti umani che varia dal toscano al napoletano. Mentre Ielapi sotto quel mascherone si annulla nell’anonimato più oscuro, nemmeno fosse Chewbecca di Star Wars. Producono RaiCinema, la francese Le Pacte di Anne-Laure e Jean Labadie che già hanno coprodotto film italiani come Mia madre di Nanni Moretti, e il britannico Jeremy Thomas che si infatuò de L’ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci.

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