Conoscevamo vari tipi di “sciame”: sismico, delle api e meteorico…. Il 12 dicembre 1969, con dolore, l’Italia repubblicana ne ha scoperto un altro: lo sciame eversivo-stragista. Legato non alla terra o agli insetti o alle stelle, ma frutto dell’uomo, della sua protervia e ferocia. Infatti, la bomba esplosa a Milano nella Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana (17 morti e 88 feriti) quel giorno non fu l’unica. Ve ne furono altre quattro (tra le 16,37 e le 17,30).

Una ancora a Milano, presso la Banca commerciale italiana, ritrovata inesplosa. Altre tre a Roma: nel passaggio sotterraneo della Banca nazionale del lavoro (tredici feriti), davanti all’Altare della patria e all’ingresso del museo del Risorgimento (quattro feriti). E nel 1969 lo sciame si era manifestato anche prima. Il 25 aprile due bombe esplosero a Milano, nello stand Fiat della Fiera campionaria (venti feriti non gravi) e nella filiale della Banca nazionale delle comunicazioni presso la Stazione centrale (in orario di chiusura al pubblico). Nella notte fra l’8 e il 9 agosto otto ordigni erano stati fatti scoppiare su altrettanti treni in vari punti della Penisola (dodici feriti). Il 4 ottobre, nella scuola materna slovena di Trieste, fu piazzata una consistente quantità di esplosivo che non esplose per un difetto tecnico, altrimenti vi sarebbe stata una strage dei bimbi e delle maestre che erano nell’asilo.

Dunque uno sciame lungo, diffuso e funesto. Per di più guidato da una mente criminale secondo una precisa strategia. Perché gli attentati verificatisi prima del mese di dicembre sono tutti riconducibili al gruppo veneto neofascista di Ordine nuovo (Franco Freda e Giovanni Ventura sono stati condannati per quelli di aprile e di agosto). Mentre l’ordigno di Trieste era composto dello stesso materiale che il 12 dicembre sarà utilizzato a Milano nella banca dell’Agricoltura (così Miguel Gotor, nel recentissimo libro L’Italia nel Novecento, ed. Einaudi).

Anche per la strage di piazza Fontana emergerà una matrice fascista, ma soltanto dopo un tempo piuttosto lungo e un percorso pieno di ostacoli e depistaggi. All’inizio si fece di tutto, ad opera di apparati istituzionali deviati, per coprirla, cercando in ogni modo di contrabbandare all’opinione pubblica una falsa responsabilità anarchica o comunque “rossa”. L’obiettivo più probabile (di quella che venne definita “strategia della tensione”) era ostacolare la prospettiva di uno “slittamento” del Paese verso sinistra, favorendo l’inasprimento dello scontro sociale così da spostare a destra l’opinione pubblica e l’asse politico italiano, per creare le basi di un governo “d’ordine” sul modello greco.

Un risultato che per fortuna fu ostacolato e alla fine impedito da una significativa reazione delle forze democratiche. Pur in presenza di gruppi che preferirono organizzarsi per azioni violente o armate (in particolare le “Brigate rosse”, ma non solo), partendo anche da “letture” della tragedia di piazza Fontana basate su luoghi comuni che banalizzavano l’intelligenza, favorendo impazienze avventuristiche che hanno insanguinato per anni il nostro Paese. Con concreto vantaggio di chi cercava, nella teoria degli “opposti estremismi” (stragi e terrorismo), un buon motivo per rallentare un possibile cambio democratico di fase politica.

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