Il pomeriggio del 12 dicembre 1969 fu particolare anche prima delle 16:37. Su una Milano quasi invernale, il clima era più cupo del solito. Un po’ perché sulla città cadeva fitta una pioggia nebulizzata che appesantiva la nebbia. Un altro po’ per il crepuscolo anticipato rispetto al solito a causa di una cappa di smog così straordinaria da finire sui giornali. Si aggiungeva l’assenza di luminarie pubbliche per il Natale ormai prossimo. Quell’anno, infatti, il Comune, guidato dal sindaco socialista Aldo Aniasi, aveva deciso di destinare i trecento milioni previsti per i festoni alle famiglie degli operai che, nel corso dell’autunno caldo, avevano scioperato facendo precipitare economie domestiche già normalmente tutt’altro che floride. Così, per tutti questi motivi, quello che si stava avvicinando, per la stampa, era già un Natale nero.

Poi riecheggiò l’esplosione. Anzi, le esplosioni, succedutesi nel giro di cinquantatré minuti. Il plurale è d’obbligo perché, oltre a Piazza Fontana, fu colpita in tre punti diversi anche Roma, mentre a Milano, alla Banca Commerciale di piazza della Scala, venne trovata una valigetta contenente l’ennesima bomba di quella giornata. Non saltò per aria, ma alle 21:00 del 12 dicembre l’ordigno fu fatto brillare, ufficialmente perché ritenuto pericoloso. Una precauzione che nella sostanza fece perdere importanti reperti che avrebbero potuto essere utili alle indagini. Sembrò il momento iniziale di un colpo di Stato. E il messaggio era implicito, ma chiarissimo: possiamo agire ovunque, a centinaia di chilometri di distanza, in modo simultaneo, decidendo della vita e della morte di ignari cittadini. Perché alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, in Piazza Fontana, pieno cuore di Milano, le vittime vennero deliberatamente cercate. Qui si registrò il più devastante degli attentati della giornata. Impossibile, come sostenuto da qualcuno, che si volesse colpire a istituto chiuso, senza fare morti. Tutti infatti sapevano che gli sportelli, in quel giorno della settimana, erano aperti perché accadeva ininterrottamente dal 1921, anno in cui gli agrari fondarono la Bna e in cui si deliberò la concessione straordinaria alle contrattazioni del venerdì pomeriggio. Collocando una bomba sotto il pesante tavolo del salone centrale, quello che veniva chiamato la “rotonda”, il massacro sarebbe stato inevitabile. E lo scenario che si stagliò nei minuti successivi alla deflagrazione lo dimostrò.

Subito i telefoni della banca iniziarono a squillare. A chiamare era la questura, dove era scattato l’allarme, e un agente chiese cosa fosse successo a un sopravvissuto. Alzò la cornetta un impiegato della Bna, Fortunato Zinni, che sotto choc cercava di muoversi al buio, circondato dal fumo acre e dai lamenti dei feriti. “Che cosa vede?”, gli domandò il poliziotto all’altro capo del filo, in via Fatebenefratelli. “Un braccio umano”, rispose Zinni, buttando giù il telefono subito dopo. L’uomo, per quanto traumatizzato, si rese conto dell’assurdità della risposta. Una risposta che sarebbe stata adatta per un’azione di guerra, non per un pomeriggio prenatalizio. Per questi fatti, nei decenni a seguire, tre furono i filoni d’indagine. (…) Il terzo portò sul banco degli imputati un medico (ed ex ufficiale medico) di Venezia laureatosi a Padova, Carlo Maria Maggi, poi condannato per un’altra strage, come si vedrà. Accanto a lui c’era un mestrino più giovane, cultore di filosofie orientali e di arti marziali, Delfo Zorzi, e un milanese, Giancarlo Rognoni. I primi due furono accusati di aver deciso e coordinato l’esecuzione della strage di Piazza Fontana mentre al terzo, leader della Fenice, articolazione lombarda di Ordine Nuovo, venne contestato il supporto logistico. Un quarto imputato, Stefano Tringali, doveva rispondere di favoreggiamento nei confronti di Zorzi.

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