Il custode giudiziario deve implementare “ogni più utile modalità di custodia tale da assicurare che a partire dal 14 dicembre 2019 l’Altoforno 2 non sia utilizzato”. È l’ordine impartito ieri dal giudice Francesco Maccagnano al custode dell’ex Ilva di Taranto, Barbara Valenzano, incaricata di completare le procedure di spegnimento dell’impianto nel quale a settembre 2015 morì colpito da una fiammata l’operaio Alessandro Morricella. Pochi giorni dopo la decisione di negare la proroga alla facoltà d’uso di Afo2 chiesta dai commissari straordinari, il magistrato che ha ritenuto l’impianto non sicuro per gli operai, ha inviato al custode giudiziario un documento di due pagine nel quale ha richiesto una serie di informazioni entro il 17 dicembre, ma in diversi passaggi, ha chiarito in modo inequivocabile che dal 14 dicembre in quell’impianto non dovrà essere svolta “alcuna attività in contrasto” con la sua ordinanza.

Al custode, inoltre, il giudice ha chiesto di ricevere informazioni sullo stato in cui si trova l’impianto, ma soprattutto sulle tempistiche “residue del cronoprogramma di spegnimento dell’Altoforno 2″ che erano già state avviate prima a settembre 2019, prima che il Riesame concedesse la proroga fino al 13 dicembre.

Un punto non da poco dato che la procedura di spegnimento potrebbe durare diverse settimane. E se agli operai attualmente in forza ad ArcelorMittal l’utilizzo dell’impianto, appare verosimile che il compito di eseguire le diverse azioni necessarie allo spegnimento debba ricadere sull’azienda Paul Wurth sotto lo stretto controllo del custode che intanto dovrà anche comunicare al giudice quali effetti questo fermo potrebbe avere sull’impianto. Nella ordinanza con quale aveva rigettato al richiesta di altri 9 mesi di proroga alla facoltà d’uso, infatti, il magistrato aveva evidenziato che “la pluriennale opera di bilanciamento di interessi” svolta per “tutelare la continuità produttiva e i livelli occupazionali di uno stabilimento industriale di interesse strategico nazionale” non poteva “essere ulteriormente proseguita” perché l’altoforno e in particolare il cosiddetto “piano di colata“, dove gli operai svolgono una serie di operazioni, i rischi sono ancora troppo alti e, nonostante le prescrizioni già attuate dai commissari e nuova analisi del rischio, non sarebbero state “emesse o aggiornate specifiche pratiche operative tali da attenuare l’esposizione dei lavoratori al rischio di essere investiti improvvisamente da gas e polveri ad alta temperatura”.

Il giudice ha chiesto anche informazioni rispetto alle “tempistiche entro le quali, ad Altoforno 2 ‘spento’, Ilva in A.s. potrebbe adempiere alle prescrizioni” mancanti. I commissari, insomma, stando a quanto scrive il giudice dovranno comunque completare l’automazione della cosiddetta “Mat”, acronimo di “macchina a tappare“, l’ultima e più importante misura ancora non eseguita, ma solo dopo che l’impianto sarà stato fermato.

Per i commissari straordinari, quindi, le cose si complicano ulteriormente. L’avvocato Angelo Loreto in queste ore è al lavoro per scrivere il ricorso da presentare al tribunale del Riesame al quale chiederanno di ribaltare la decisione e concedere altro tempo per concludere le operazioni di messa in sicurezza dell’impianto che avrebbe una serie di ripercussioni, com’è facile intuire per uno stabilimento come quello di Taranto, anche su altri reparti come l’acciaieria e l’agglomerato. Proprio sulla base di questo ArcelorMittal ha annunciato il ricorso alla cassa integrazione per 3500 lavoratori.

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