Immaginate due ragazzini, sorella e fratello. Lei, Patrizia Pizzamiglio, nel 1969 ha 15 anni, frequenta il liceo scientifico e deve affrontare da un po’, giorno per giorno, il suo corpo che, da infantile, è diventato adolescente – e già questo cambiamento è sconcertante a quell’età. Poi c’è il futuro da progettare, la facoltà da scegliere dopo la maturità e la ricerca di prospettiva di vita solide.

Enrico, invece, di anni ne ha 12 e va alle medie. La domenica per lui significa l’Inter di Sandro Mazzola a centrocampo, di Giacinto Facchetti in difesa e di Roberto Boninsegna in attacco, ormai candidato a diventare il miglior marcatore della stagione 1969-1970. Enrico, però, non si limita a tifare, vuole anche giocare a calcio da professionista, diventare un fuoriclasse, e si allena con gli amici ogni volta che può.

Certo, la domenica precedente l’Inter ha perso con la Fiorentina, ma succede anche nelle stagioni più fortunate, e il ragazzino aspetta il 14 dicembre, quando è previsto l’incontro di San Siro contro il Bari. Finirà con una rete per la squadra di Heriberto Herrera, però la vita di Enrico e di sua sorella Patrizia cambia due giorni prima di quella partita.

I loro genitori hanno un’edicola e devono pagare alcune bollette. Così il 12 dicembre 1969 preparano il denaro e, usciti da scuola, lo affidano ai figli perché vadano in Piazza Fontana, alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, a pagare.

La filiale, infatti, come ogni venerdì, è aperta nel pomeriggio. Era così dal 1921, da quando l’istituto di credito venne fondato dagli agrari e si deliberò la concessione straordinaria alle contrattazioni. Alle 16.37 di cinquant’anni fa, Patrizia ed Enrico sono allo sportello e vengono investiti in pieno dall’esplosione provocata da un ordigno lasciato sotto il grande tavolo del salone centrale che tutti chiamano la “rotonda”. I fratelli Pizzamiglio si ritrovano sommersi dalle macerie e nel loro avvenire, a quel punto, gli ospedali prendono il sopravvento, relegando in secondo piano i progetti per il futuro.

Mazzola e Facchetti, appena possibile, si precipitano in via Francesco Sforza, al policlinico di Milano, e raggiungono il capezzale del loro piccolo tifoso che subisce l’amputazione di una parte del piede sinistro e di tre dita del piede destro. Invece delle scarpette chiodate, deve abituarsi a indossare protesi ortopediche. Patrizia, dal canto suo, viene investita dalle schegge alle gambe e il calore sprigionato dall’ordigno le provoca gravi ustioni che le lasciano estese cicatrici.

Negli anni successivi, per entrambi, al centro delle loro vite ci sono gli interventi, le cure, i percorsi per il ritorno a una vita normale e, una volta divenuti adulti, rilevano l’edicola del padre, trascorrendo i decenni successivi tra i giornali che vendono in via Lorenteggio. Nel 2009, a 40 anni dalla strage di Piazza Fontana in cui rimasero feriti con altre 86 persone, Patrizia ed Enrico Pizzamiglio scrissero sul sito della Casa della Memoria di Milano: “Ogni giorno è motivo di rielaborazione del lutto e del dolore di quel lontano 12 dicembre 1969”.

Per loro, come per tanti altri, conservare la memoria non è stata una scelta, ma un obbligo scritto sul corpo. Lo hanno fatto in silenzio, senza mai apparire, ma senza mai disertare i processi attraverso i loro avvocati. E hanno saputo, come tutti gli altri, che alcuni dei responsabili “esistono”.

Due in particolare, il procuratore legale di Padova Franco Freda, che oggi vive ad Avellino e gestisce le Edizioni di Ar che fondò nel 1963, e il libraio di Treviso Giovanni Ventura, morto nell’agosto 2010 a Buenos Aires, città in cui era arrivato dopo essere scappato dal soggiorno obbligato di Catanzaro.

I due erano a capo della cellula padovana di Ordine Nuovo, sciolto nel 1973 per ricostituzione del partito fascista, ma che continuò a operare negli anni delle stragi. Nel filone processuale, originato dalle indagini degli anni Novanta del giudice istruttore Guido Salvini, si è accertato anche che il gruppo padovano non operò in solitudine.

Grazie alle indagini della procura di Brescia portate avanti dai pubblici ministeri Francesco Piantoni e Roberto Di Martino nel processo ter per la strage di Piazza della Loggia del 28 maggio 1974, si sa che contribuirono gli ordinovisti veneziani, i mestrini, i friulani e i milanesi, in stretto coordinamento con i romani.

Ma si sa anche altro. Si sa che un terzo condannato per la strage del 1969, l’armiere di Ordine Nuovo Carlo Digilio, poi divenuto collaboratore di giustizia (e per questo beneficiò della prescrizione), disse il vero quando decise di raccontare almeno una parte di ciò che sapeva sulle bombe che esplosero tra la fine degli anni Sessanta e lungo il decennio successivo.

Ancora una volta, dopo la denigrazione subita a Milano (sorte che toccò anche all’altro testimone che proveniva dal mondo dell’estremismo di destra, Martino Siciliano), furono le indagini di Brescia – e in particolare alcuni degli accertamenti dell’ispettore Michele Cacioppo, scomparso tre anni fa – a dimostrarlo.

In estrema sintesi, si sa tanto della strage del 1969, come raccontato nel libro che domani, 12 dicembre 2019, per Paper First, “Piazza Fontana – I colpevoli“. Oltre ai nomi dei colpevoli materiali, degli ideatori e degli ufficiali dei servizi segreti che depistarono, si sa soprattutto a chi dire grazie per le consapevolezze faticosamente raggiunte.

Il primo è e rimane il giudice Salvini che, con il tenente colonnello dei carabinieri Massimo Giraudo, per il suo lavoro non subì solo intimidazioni e minacce degli eversori, ma anche le infondate denunce penali e disciplinari dei suoi colleghi.

E questo aspetto non è un’apparente assurdità. È solo un pezzo, ma importante, della grande “maledizione” di Piazza Fontana che il magistrato non ha taciuto, ma che ha voluto raccontare con il giornalista Andrea Sceresini in un imprescindibile libro uscito per il cinquantesimo anniversario.

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