Una carriera da neuroscienziato costruita attraversando tre continenti, da Napoli al Canada, passando per Austria e Germania: il professor Antonio Di Ieva, neurochirurgo e docente universitario, oggi vive e lavora a Sydney, Australia. Ma non si definirebbe mai un cervello in fuga: “Fortunatamente non sono dovuto mai scappare da niente e da nessuno, ho intrapreso tutte le mie esperienze con l’idea fissa di germogliare, migliorare e crescere nel posto più adatto. Spesso rinunciando a ottime posizioni per continuare a studiare e a formarmi. Mi piace una frase che ho letto: noi non siamo alberi“.

Il suo percorso è iniziato alla Seconda Università di Napoli, dov’era studente in Medicina e Chirurgia, alla sede di Caserta. Il terzo anno lo trascorre a Bonn, in Erasmus: “L’esperienza in Germania, inutile dirlo, è probabilmente stata la più formativa della mia vita”. Ha concluso gli studi alla Federico II preparando parte della tesi di laurea a Vienna, e subito dopo è stato per un periodo a Philadelphia, intenzionato a intraprendere lì la specializzazione: “Poi per diversi motivi – tra cui i costi eccessivi degli Usa – ho poi deciso di specializzarmi a Milano e Brescia“.

Mentre lavorava ha iniziato un dottorato a Vienna; due anni dopo, il salto in Canada, dove si è iper-specializzato in tumori cerebrali e della base cranica. Ricorda che sentiva parlare di Toronto come di una “provincia italiana senza la politica italiana” per il grande numero di connazionali. Dopo tre anni un’offerta di lavoro come neurochirurgo accademico lo ha portato a Sydney, dove ora vive da quattro anni: “Qui opero, insegno ed ho fondato e dirigo un laboratorio di neurochirurgia computazionale e intelligenza artificiale, che sono riuscito ad aprire grazie a fondi di ricerca che ho vinto”, spiega orgoglioso. Ma la scelta di lasciare Vienna non è stata affatto scontata: “Ormai parlavo bene il tedesco, ero già professore e mi era stato offerto di dirigere il laboratorio di neuroanatomia per cui mi ero trasferito lì. Invece sono partito per un’ulteriore esperienza formativa a Toronto, ricominciando ancora una volta da zero”.

La spinta a partire, dice, è qualcosa di innato. Per desiderio di migliorarsi, per spirito cosmopolita. Ma anche per motivi pratici: uno dei vantaggi professionali di lavorare all’estero è l’equilibrio tra attività chirurgica e ricerca accademica, due aspetti che nei nostri ospedali fanno ancora fatica a conciliarsi. “Questo equilibrio è ancora un’utopia in Italia, o perlomeno lo era quando sono partito: so che la situazione sta finalmente migliorando, ma questa è stata la mia personale motivazione della scelta di vivere e lavorare all’estero, con tutti i sacrifici che comporta”. Il professor Di Ieva è un neurochirurgo accademico, definizione che di per sé, in Italia, non significa ancora molto, spiega. “Nella mia personale esperienza ho visto troppi ‘baroni universitari’. In molti paesi all’estero, il chirurgo accademico svolge un’esperienza chirurgica incredibile, ma è anche parte del mondo accademico, fa ricerca e condivide le sue conoscenze. Alcuni sistemi garantiscono del “tempo protetto” ai chirurghi per dedicarsi anche alla ricerca e all’attività didattica, non come se fosse un hobby“. L’attività di ricerca lo ha portato a scrivere due libri accademici in inglese, a cui quest’anno ne ha aggiunto uno divulgativo in italiano con un’anima ecologista: il “Compendio di Biologia Per Infanti”, il cui ricavato sarà interamente donato alla fondazione The Ocean Cleanup, che si occupa di ripulire gli oceani della plastica.

Spesso, racconta, viene contattato da chi sta pensando di partire: le persone gli chiedono informazioni generiche su affitti, stipendi, ore di lavoro, conoscenti. “Ormai sono abbastanza veloce a selezionare quelli che chiedono tanto ma non faranno nulla: tra amici italiani all’estero la definivamo ‘la selezione alla frontiera’”. Riflette sulla definizione di ‘cervelli in fuga’ e sulla rappresentazione che se ne fa sui giornali e nei dibattiti. “In effetti di persone che vanno all’estero per moda ce ne sono, medici che vanno a fare poco di più di quello che avrebbero fatto in Italia, per poi tornare fregiandosi nel curriculum dell’esperienza estera, come se fosse stata la loro consacrazione professionale. Ma – sottolinea – ci sono anche persone, e parecchie anche, che all’estero finalmente riescono a fare quello che non sarebbero mai riusciti a fare in Italia. Ho conosciuto molti giovani professori universitari che in Italia avrebbero fatto i portaborse a vita, ricercatori che lavorano per le proprie idee evitando il precariato, o l’eccessiva gerarchia universitaria e ospedaliera”. Secondo il professore i cervelli in fuga esistono, ma ci sono anche mani, idee e sogni in fuga. Ormai la definizione evoca un concetto troppo generico, stiracchiato di qua e di là per coprire tante situazioni diverse. E la scelta di parole non è delle più felici: “Il concetto di fuga evoca una colpa, un crimine, oppure una scappatoia da una situazione insostenibile o pericolosa. In verità per queste persone la fuga è nient’altro che una ricerca di cose non trovate, o di nuove esperienze formative”. Meglio la definizione inglese, brain drain, cervelli che ‘defluiscono’: “Il flusso dei cervelli, a prescindere dalle frontiere, è un fenomeno positivo sia per la società che per la scienza. Diventa un problema quando è unidirezionale: l’Italia, per essere in equilibrio, deve diventare attrattiva per i cervelli cosi come lo è per i turisti, come durante il Rinascimento“.

Sulla prospettiva di tornare in Italia, Di Ieva scherza: “Mia madre leggerà l’articolo, quindi probabilmente dovrei dire di sì”. E poi aggiunge: “Chi rimane in Italia non è né un codardo né un fallito, ma neanche un eroe, semplicemente qualcuno che ha avuto la necessità, la bravura o la fortuna di riuscire a fare quello che desidera nel proprio Paese. L’importante è che ognuno trovi il proprio equilibrio e la propria felicità“.

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