È uscito da pochi giorni ‘Jesus Is King’ di Kanye West, album attesissimo album e controverso ancora prima di essere disponibile al pubblico. Per tantissime ragioni. Kanye West è senza ombra di dubbio uno degli artisti più importanti sullo scenario mondiale, da diversi anni a questa parte. Ha cambiato e aggiornato la grammatica e poi la mentalità stessa dei dischi rap, dalle produzioni per un peso massimo come Jay Z ai suoi capolavori come ‘808 And Heartbreak’ o ‘My Beautiful Dark Twisted Fantasy’, in cui la musica andava di pari passo con l’arte di Vanessa Beecroft.

Ha lanciato una linea di moda di enorme successo – Yeezy – in grado di influenzare anche stilisti e marchi ben più consolidati del suo. È stato fondamentale nell’ascesa dello stilista Virgil Abloh, altro ragazzo d’oro che in capo a qualche stagione ha sfondato con Off White, portando definitivamente lo streetwear nel salotto buono della moda di lusso, e diventando poi nientemeno che il direttore creativo di Louis Vuitton. Ha sposato una celebrity planetaria, Kim Kardashan, a Firenze, un omaggio al Rinascimento italiano.

Ma soprattutto, Mr. West ha sempre catalizzato l’attenzione dei media con uscite a dir poco controverse, dalle invettive contro Taylor Swift ad arringhe contro tutti: Hillary Clinton, i suoi (ex?) amici Beyoncé & Jay Z, e il carico da novanta: un endorsement molto sentito verso Donald Trump. Che da un artista afroamericano suona davvero strano. La sua prospettiva etnica dovrebbe imporgli di avere posizioni lontane da quelle di un razzista conclamato. West ha un pubblico mediamente giovane e piuttosto istruito, altro motivo di attrito verso alcune sue sparate. E da sempre è il pupillo di una certa critica culturale, che in lui vede (o vedeva) il rapper colto, arty, l’uomo che stava traghettando la black culture non solo verso una posizione pop trasversale ma anche verso un mondo “alto”, nell’arte, nel fashion system. Ora è tornato sulle scene con il chiacchieratissimo album ‘Jesus Is King’, figlio del suo periodo di rinascita spirituale e delle sue messe domenicali, quei Sunday Service da qui prende il nome il gruppo gospel che lo accompagna in questo suo “disco religioso”. Su cui il mondo si sta dividendo ferocemente.

Ed è qui che si crea il cortocircuito: perché non siamo disposti a tollerare un artista che dice qualcosa di scomodo, dove per “scomodo” si intende lontano dall’immaginario comune che la sua fanbase condivide e gli ha cucito intorno? Gli artisti sono qui per questo: per andare fuori dal seminato, per vedere e farci vedere la realtà da un punto di vista differente rispetto a ciò che ci si aspetta o si vede comunemente. Nella critica, nel giornalismo, come nel pubblico, si crea un’aspettativa e un’opinione sugli artisti, sulla base del loro percorso, di ciò che veicolano, e ci si aspetta che combacino sempre con una certa coerenza in cui identificarci. Per questo siamo restii ad accettare posizioni che non sono nell’orbita dei valori in cui ci riconosciamo. Emma Marrone viene insultata da un pubblico, diciamo così, reazionario, perché si schiera apertamente contro i porti chiusi. Gemitaiz o Salmo sono attaccati per essere esplicitamente anti-salviniani (anche se qui la fanbase è più compatta e allineata agli artisti). Massimo Pericolo è salito agli onori della cronaca anche per testi dalla forte connotazione sociale: “fanculo la scuola/mi fumo la droga”, se estrapolato dal contesto, assume un significato estremamente negativo, ma inserito nella poetica di un artista che fotografa, a suo modo, una generazione senza illusioni, conscia che in questo Paese non ci sono più le opportunità di trent’anni fa, va letto in tutt’altra maniera. È triste vedere come si cerchi di soffocare la libera opinione, quando non è addomesticata. Vale per Kanye West e vale per Povia. Che sarà pure ultra-conservatore, avrà posizioni non condivisibili, retrograde (le ha, in effetti), ma dovrebbe essere giudicato solo per la sua musica, visto che il suo mestiere è quello del musicista.

Un esempio opposto può essere quello di MYSS KETA: portando avanti il messaggio dell’emancipazione femminile e LGBT-friendly, viene osannata e assume a icona di un mondo ben preciso, quello dai valori progressisti. E ancora: se un artista non entra nel merito dei temi politici, di attualità, viene criticato e accusato di essere leggero, addirittura superficiale; se lo fa, scatta il tiro al bersaglio del biasimo sulla base, appunto, delle opinioni, perché “un cantante dovrebbe cantare, mica fare politica” (citazione a caso da innumerevoli conversazioni social).
La libertà di espressione è da sempre un’arma a doppio taglio. È una responsabilità da maneggiare con estrema cautela, ma nei limiti di tutto ciò che non è criminale, dobbiamo essere disposti ad accogliere e accettare ogni forma e ogni posizione presa da chi si mette in gioco, ci mette la faccia e canta, dice, scrive, pubblica la propria espressione artistica. Perché in molti casi ci dimentichiamo che non è semplice, che si è sempre sottoposti a un giudizio, si diventa immediatamente un bersaglio. In qualsiasi caso. Lo era Bob Dylan per il semplice fatto di aver imbracciato una chitarra elettrica dopo essere stato il paladino del folk; lo era De Gregori contestato dal movimento studentesco negli anni ’70. Viene addirittura attaccata la dj Nina Kraviz, sui social, perché si è fatta le treccine ai capelli. Non è uno scherzo: è stata tacciata di appropriazione culturale, di mancanza di rispetto verso la cultura afroamericana perché lei, russa siberiana, si è fatta le treccine. Siamo al paradosso. È la libertà di espressione ai tempi dei social, che ci mettono in mano la pistola e il colpo in canna (una tastiera, una connessione e un account) ma non ci avvertono su come si spara, sugli effetti che ha e pure sul rinculo. Sapevate che il rinculo di una pistola di medio calibro può spezzarvi il polso, se non la impugnate correttamente? Pensateci, la prossima volta che la tentazione di criticare o insultare qualcuno per sua libera espressione vi corre tra le dita.

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