di Enrico Pietra

“Lei, anzi, te. Non penserai davvero che mi esibirò con questa merda. Sono notti che non dormo, ho un mal di schiena atroce. Come se non bastasse mi sono fatto cinque ore di viaggio, da Zurigo, per arrivare qui in Germania. E trovo un pianoforte da pivelli, stonato e coi pedali di risonanza sfondati. Ma chi credete di prendere per il culo?”.

Quel giorno la furia di uno dei più grandi geni del secolo scorso s’abbattè ribalda e senza freni sulla povera Vera Brandes, nemmeno ventenne. Troppo giovane per organizzare un concerto all’Opera di Colonia. Troppo inesperta per avere a che fare con Keith Jarrett. E’ un freddo pomeriggio del gennaio 1975 e sta per saltare tutto. Chi conosce bene il piglio cavilloso e pure paranoico del pianista americano non scommette neppure due monete, non si danna. E’ chiaro che quella sera non ci sarebbe stato nessun concerto.

Ma Vera non si perde d’animo. Recluta dei tecnici, fa accordare alla meglio quell’indecente Bösendorfer baby grand da 155 cm (in vece dell’Imperial grand piano richiesto da Jarrett), cerca di far rendere il suono accettabile, almeno per un orecchio non allenato. Placa le ire del pianista, riesce a convincerlo a salire sul palco, ma non può sapere che avrà dato la stura a una delle più campali congiunture musicali di cui Euterpe abbia fatto dono all’essere umano. Sono le 23.30 e l’opera è appena terminata. Jarrett sale sul palco imbottito di antidolorifici, con un tutore posteriore come sostegno spinale.

Il Köln Concert dura poco più di un’ora ed è diviso in due parti. Non è un concerto, ma un flusso di coscienza. Non è un’esecuzione bensì un viaggio, quasi completamente improvvisato, nato sul momento, estemporaneo, folle. Dalla prima parte Nanni Moretti pescò alcuni frammenti per il suo Caro Diario, per musicare il pellegrinaggio del regista all’idroscalo di Ostia, sul luogo dell’omicidio di Pier Paolo Pasolini. La melodia si fa compendio di generi, epitome, zampillo di mondi sonori inficcati nell’imbuto della transumanza jarrettiana. Nella seconda parte l’approccio diviene percussivo, ritmico, serrato, in bilico su pochi accordi sospinti verso l’infinito, verso un fluire libero che è apoteosi di arbitrio e bellezza.

The Köln Concert vendette tre milioni e mezzo di copie ed è a tutt’oggi il più famoso album di jazz per piano solo mai pubblicato. Ascoltatelo, riscopritelo, divoratelo. Per i critici è storia della musica, ma non è solo musica: è soprattutto la prova tangibile che lassù ogni tanto qualcuno ci ama.

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