È una piccola storia che evoca tante altre storie, e tutte intersecano quella con la S maiuscola: la vicenda della cancellazione della parola Alto Adige dal testo di una legge, sostituita dalla semplice dizione toponomastica “provincia di Bolzano“, per disposizione dello stesso consiglio provinciale di Bolzano. Hanno lasciato ovviamente in vigore il termine tedesco, il più usato, Südtirol. Del resto non c’è da stupirsi più di tanto: nonostante l’autonomia modello più che consolidata e la più che trentennale conclusione della battaglia indipendentista con tanto di bombe, lassù sembra sempre di stare in una sorta di no-mans-land. Non bastano la ricchezza, il progresso e l’internazionalizzazione, l’avvicendamento tra le generazioni.

Persino se vi sedete a tavola in un’insolita famiglia mista, frutto per esempio di un matrimonio tra un immigrato dal sud Italia e una del posto – magari una madrelingua ladina, se non proprio una tedesca – è facile che sentiate il figlio maggiore rinnegare le sue origini “terrone” con disprezzo e detestare l’uso corrente dell’italiano. La società è in qualche modo la stessa così evocata, alla fine degli anni Sessanta, dal grande poeta di Brunico norbert conrad kasher – tutto in minuscolo come scriveva e amava che fosse trascritto anche il suo nome: “alto adige / alto fragile / meta di viaggio / terra di passaggio / terra di nessuno”.

Con questo ennesimo tiremmolla politico su questioni linguistiche e nominalistiche, ha fatto un colpaccio il partitino ultra-autonomista Stf (SüdTiroler Freiheit) che ha proposto l’emendamento sventolando l’alibi di comodo della natura fascista della definizione Alto Adige e di fatto imponendo, con questo escamotage peraltro non privo di fondamento, la sua egemonia culturale alla maggioranza, tuttora solidamente in mano al partito pigliatutto Svp che s’è alleato con la Lega dopo le ultime elezioni.

Forte di convegni sul modello Catalogna e di pubblicità anti-italiane choc, la Stf ha conosciuto di recente una discreta crescita del consenso intorno al dichiarato progetto di liberazione (Freiheit) dall’Italia e al sogno del ricongiungimento con il Nordtirolo austriaco. Ecco che sotto mentite spoglie è rimasta sempre in vista, ai piedi delle montagne di confine, l’icona santino di Hofer, l’oste devotissimo che guidò la rivolta popolare antinapoleonica e che ormai potete ancora trovare ovunque, persino nell’insegna e sui bicchieri di un’ottima birreria che s’incontra proprio sotto quella gola dei Sassoni, oltre Fortezza, che fu teatro dell’episodio estremo della resistenza dei tradizionalisti cattolici contro gli odiati ateisti francesi.

Questo territorio resta in qualche modo un mondo arcaico, di forte impronta agro-pastorale, premoderno negli assetti di potere che ripetono gli stessi schemi familiari religiosi: un leader apparentemente monocratico, il padre-padrone di turno nell’Svp – seppur indebolito – e un ristretto sistema-Tirolo plutocratico, di cui fanno parte tre o quattro imprenditori onnipresenti e ancora molto potenti (c’è un unico editore di tutti i giornali e di vari altri media, per dire) ma che devono fare i conti con il nuovo che avanza. Eppure suggerirebbero il contrario tutte quelle belle nuove architetture postmoderne, le tante aziende all’avanguardia e un marketing turistico tra i più collaudati del mondo.

Dentro questi quartieri generali dello straordinario sviluppo in provincia di Bolzano, per esempio, si guarda davvero con terrore alle ipotesi di uscita dall’euro e ci si cura attentamente di non perdere il passo con il resto del mondo, persino di affiancare alle finte osterie hoferiane qualche locale degno di un quartiere hipster in una metropoli occidentale, come è successo a Bressanone o a Merano.

Le teste pensanti sanno che a funzionare è il bilanciamento con l’identità mediterranea e la vocazione internazionale. Tutti gli studi sul turismo, per esempio, attestano che questo comparto così importante si regge sullo zoccolo dei più appassionati visitatori che sono nell’ordine i tedeschi – perché cercano il pezzo d’Italia che assomiglia al loro stesso heimat – e gli italiani, che non si sentono affatto esclusi – se non proprio in certi angoli delle valli confinali o in pochi luoghi simbolo del “süd-tirolismo” – ma coccolati in mezzo a un ordine ammirevolmente germanico.

È uno snodo politico davvero di prim’ordine, questa piccola provincia: lo scoglio dei collegi garantiti a parte per l’Alto Adige ha fatto infrangere anche i più recenti sogni di una riforma elettorale nella penultima legislatura. Il renzismo nel suo fulgore ha fatto un altro po’ di danni, imponendo Maria Elena Boschi come candidato proprio a Bolzano, forse per l’assonanza del cognome al paesaggio dolomitico, portando la sinistra ai minimi termini e il Pd a una dimensione insufficiente per garantire alla Svp la maggioranza.

I Verdi, che una volta erano forti oltre il 10% e avevano personaggi di riferimento del calibro di Alex Langer, ancora tengono posizione con dignità e si spendono in buone battaglie ecologiche. Ma nulla possono di fronte al blocco di potere, e men che meno alle storie e alle bazzecole della solita storia da osteria hoferiana, che nemmeno Mussolini riuscì a cancellare.

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