Io non mi inchino è il titolo di una canzone scritta da una rock band calabrese tutta al femminile, le Rivoltelle, e racconta il Sud con gli occhi disincantati di chi quel Sud l’ha vissuto sulla propria pelle, grazie alla rilettura dell’esperienza del magistrato Nicola Gratteri, attuale procuratore della Repubblica di Catanzaro. Nel 2016 le Rivoltelle avrebbero dovuto esibirsi in concerto a Rosarno, nella Piana di Gioia Tauro, ma l’evento fu annullato. Seguirono una serie di polemiche sui motivi di quella scelta e fra le tante cose dette è emerso che l’evento sarebbe stato annullato a causa di una presunta omosessualità delle componenti della band, che non sarebbe stata in linea con la festa cattolica durante la quale avrebbero dovuto tenere il concerto.

Probabilmente erano solo voci alimentate da qualche mal pensante, tuttavia, alla luce del nuovo caso di “inchino” della statua della Madonna di Polsi, a Ventimiglia, ritorna alla mente questo episodio abbastanza emblematico.

L’inchino o, meglio, la sosta della statua della Madonna della Montagna davanti a Carmelo Palamara, fratello di Antonio, scomparso negli anni scorsi e boss della “locale” di Ventimiglia e altri inchini che nel corso degli anni si sono verificati in più paesi, soprattutto al Sud, che legame hanno con la religione cattolica? In realtà nessuno. Perché i boss che uccidono in nome di una fede più grande, qual è per loro la mafia, non seguono alcun credo religioso. Eppure vanno sempre in chiesa, sono i primi a portare le statue durante le processioni in alcune zone e giurano fedeltà alla ‘ndrangheta proprio in nome dei Santi. Al contempo, essere “portatori” o ricevere l’inchino della statua attribuisce autorità e prestigio ai boss e visibilità. È un segno di rispetto, anche i Santi si abbassano al cospetto del boss. Ed è anche in questo modo che i mafiosi mostrano quanto sono forti, esibendo pubblicamente il potere.

Oggi scopriamo ancora una volta, dopo il caso Ventimiglia, che la ‘ndrangheta ha da tempo superato i confini regionali. Le varie operazioni antimafia hanno dimostrato la presenza ‘ndranghetista proprio a Ventimiglia, già da molto tempo, basti pensare allo scioglimento del Consiglio comunale nel 2012 (poi annullato). Ma oltre agli affari, il trasferimento massiccio dei calabresi a Ventimiglia e il radicamento su quel territorio, ha fatto sì che fossero esportate anche le tradizioni e la cultura calabrese, compresa l’arretratezza che caratterizza la ‘ndrangheta che pur essendo l’organizzazione criminale più potente al mondo rimane incredibilmente fedele a tradizioni antiche.

A Ventimiglia, dove la Lega si è distinta sia nella precedente campagna elettorale per la partecipazione del deputato leghista Domenico Furgiuele, già coordinatore della Lega in Calabria, sia oggi a causa della presenza del consigliere comunale della Lega, Massimo Giordanengo davanti alla chiesa di San Michele (anche se lui nega qualsivoglia coinvolgimento) più che gli extracomunitari sono arrivati, in alcuni casi sfortunatamente, seimila calabresi e cinquemila siciliani in un paese di 26mila abitanti, tanto che la ‘ndrangheta lì ha una sua struttura “locale”, che fa riferimento alle cosche reggine.

Ma la chiesa non sa chi sono i portatori? Molto spesso, i primi finanziatori delle manifestazioni religiose sono proprio i mafiosi che potendo contare su una cospicua liquidità economica, elargiscono molte somme di denaro durante queste processioni, contribuiscono alle feste patronali e di chiesa. Dunque si può e si deve fare qualcosa, al Nord come al Sud. A mio avviso non ha senso festeggiare la Madonna della Montagna a Ventimiglia. Dato che Polsi è il luogo simbolo della ‘ndrangheta che proprio in occasione della festa – almeno in passato – si riunisce e decide la geografia criminale, il controllo del territorio, gli affari, i nuovi affiliati, i vertici dell’organizzazione criminale. Basterebbe che la chiesa non assecondasse i desiderata di certa gente.

E ricordasse anche durante le omelie il testo della canzone delle Rivoltelle, facendo ripetere ai fedeli Io non mi inchino.

[Foto d’archivio]

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