Il J’Accuse di Polanski, Joker, Martin Eden o l’assoluta sorpresa Babyteeth. Noi il nostro podio allargato di Venezia 76 ce l’abbiamo già. Ma dalla giuria presieduta, non senza polemiche, da Lucrecia Martel non sono trapelati ancora nitidi squilli di palmares. Segno che tra i titoli in Concorso non brilla un vero e proprio capolavoro come accadde l’anno scorso per Roma di Cuaron o nel 2017 per La forma dell’acqua di Guillermo del Toro. E ad ogni modo, almeno dalle testimonianze social in forma di disegno di Paolo Virzì, uno dei sette membri di giuria, l’atmosfera tra Martel&co. sembra distesa.

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E adesso consultiamo la piattaforma Rousseau #venezia76 #giuria #venicefilmfestival

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Nella vignetta pubblicata due giorni fa addirittura Virzì ha tratteggiato la presidentessa sorniona come una gattona distesa su un divano/sofà ad ascoltare le ragioni di un’altra componente di giuria, Stacy Martin. Virzì aggiunge anche una didascalia peregrina, “E adesso consultiamo la piattaforma Rousseau”, possibile segnale di un verdetto già pronto. Allora proviamo a capire chi potrebbe vincere un premio importante. Difficile che la Martel voglia concedere il Leone d’Oro al J’Accuse di Polanski, anche se tra pubblico e critica questo è il film che ha messo d’accordo tutti. Probabile che sbuchi un riconoscimento collaterale con specifiche motivazioni scritte in modo da distinguere “l’artista dall’uomo” per superare in cavalleria la polemica più eclatante del festival 2019.

Sull’australiano Babyteeth, che noi abbiamo amato follemente, registriamo dopo la proiezione in Sala Grande con presente la giuria, la sorpresa proprio del nostro Virzì, come l’attesa di Shinya Tsukamoto e signora fino alla fine dei minuti di applausi che hanno visto uscire il team artistico/produttivo capitanato dalla regista Shannon Murphy. Tra gli italiani Mario Martone, Pietro Marcello e Franco Maresco non si capisce bene se ci sia spazio sugli alti gradini del podio. Pur con la nostra convinta predilezione per il Martin Eden di Pietro Marcello il rischio che anche quest’anno i film italiani rimangano a bocca asciutta è elevato. La soluzione che invece come sempre ci inquieta è il titolo che non divide, l’outsider che mette tutti d’accordo al ribasso.

Tra questi film inseriamo gli insidiosi: Waiting for barbarians del colombiano Ciro Guerra (c’è un embargo che va rispettato ma ne parleremo diffusamente nelle prossime ore con una recensione ad hoc), oppure The Laundromat di Steven Soderbergh (non il suo film più riuscito, anzi) ma molto applaudito, con un messaggio politico barricadero e una Streep sempre più esuberante; o ancora un colpo di coda sul finto realismo storico e l’artificiosa impostazione da film d’arte del terribile The Painted Bird di Vaclav Marhoul che per molta critica non italiana è addirittura un capolavoro. Tra gli attori se la giocano: Joaquin Phoenix con la sua disperata e ghignante maschera del Joker di Todd Phillips; Adam Driver, con un’interpretazione superlativa da padre bastonato nel Marriage Story di Baumbach; e anche Albano Jeronimo, protagonista di A Herdade, nei panni di un silenzioso e magniloquente proprietario terriero che attraversa cinquant’anni di storia del novecento portoghese.

Tra le donne non c’è grande scelta perché le uniche ad aver un ruolo completo e sfaccettato rimangono la Streep; la cinese Gong Li (spia in Saturday Fiction, film in bianco e nero che lascia alquanto a desiderare oltre la trama di spionaggio); Catherine Deneuve (austera e godibilissima ne La Verité); Mariana De Girolamo, bionda ballerina sessualmente iperattiva in Ema di Larrain; e infine proprio la 20enne Eliza Scanlen, interprete intensa e solare proprio di Babyteeth.

Fuori completamente dai giochi Ad Astra, la fantascienza di James Gray con Brad Pitt. Infine qualche briciola come un’Osella allo script, ad esempio, per Kore-eda Hirokazu e il suo La Verité o il Leone alla regia per Pablo Larrain di Ema. Infine i voti della stampa. Per quella italiana, che vota sul Ciak Daily della Mostra del Cinema, Polanski stacca nettamente tutti, con Martin Eden di Marcello in seconda posizione, e terzi pari merito The Laundromat e Marriage Story. La stampa straniera invece incorona Marriage Story, al secondo posto J’accuse di Polanski e terzo About endlessness di Roy Andersson.

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