L’assessora all’Innovazione del Comune di Torino Paola Pisano è stata indicata come ministro dell’Innovazione, dal presidente del Consiglio incaricato Giuseppe Conte. A Lei il compito di portare a compimento la “rivoluzione silenziosa” che ha fatto ipotizzare al precedente governo una gestione centralizzata presso la Presidenza del Consiglio delle tematiche della trasformazione digitale, avocando a sé le competenze in materia di innovazione che erano disseminate tra vari enti.

L’Innovazione in Italia è sempre stata, a partire quantomeno dalla legge Bassanini del 1997 sulla semplificazione -che invece le idee chiare ce l’aveva eccome-, come direbbero gli inglesi, un mess: un casino. Basti pensare alla parabola dell’ente per eccellenza dell’innovazione, che risponde al nome di Agid, ovvero agenzia per l’Italia digitale, nata alla fine degli anni 90 come Aipa, ovvero come Autorità per la pubblica amministrazione, e passata per le trasformazioni e le denominazioni più varie: da centro tecnico per la rete Unitaria della pubblica amministrazione, ad agenzia per la diffusione delle tecnologie dell’informazione a DigitPa, sino ad arrivare ad una girandola di organi ed enti.

Il primo presidente dell’Aipa peraltro soleva fare una battuta: a chi gli chiedeva cosa pensasse dell’intelligenza artificiale, di cui si parlava già vent’anni fa, rispondeva “chi parla di intelligenza artificiale nella nostra pubblica amministrazione fa dello humour nero”.

Un casino, si diceva, perché alle competenze, di cui l’Italia a dispetto delle apparenze abbonda, si sono unite le ambizioni personali di soggetti che dell’innovazione avevano solo la smania di potere, stretti tra una kermesse di partito (spesso di partiti diversi a seconda delle convenienze), un articolo – spesso su commissione – ed una apparizione televisiva dal sapore chiaro della marchetta.

Nel corso di questi ultimi anni abbiamo avuto due idee di innovazione: la prima, dal punto di vista dell’organizzazione più simile a quella che sembra delinearsi in questo momento, è stata quella del ministro Lucio Stanca, titolare dell’unico dicastero dell’innovazione che abbiamo mai avuto in Italia, negli anni dal 2001 al 2006. È l’idea riproposta efficacemente nel corso della precedente legislatura dall’entourage del ministro Luigi Di Maio e diretta a centralizzare, presso la Presidenza del Consiglio, le competenze in tema di innovazione che, a quanto pare, è stata sposata dal presidente Conte.

La differenza sostanziale con la situazione attuale è che le deleghe nel precedente governo erano divise tra Movimento 5 stelle e Lega, in virtù dell’appartenenza della ministra Giulia Bongiorno al partito di Matteo Salvini, mentre oggi pendono nettamente verso i pentastellati.

Questo in ragione della delega alle Comunicazioni, che appartiene al ministro Stefano Patuanelli, della presenza della ministra Pisano all’Innovazione, un tecnico di valore di orbita cinque stelle, della delega alla Pubblica amministrazione attribuita alla pentastellata Fabiana Dadone, ed alla creazione del dipartimento per la Trasformazione digitale di pochi giorni fa presso la Presidenza del Consiglio dei ministri.

La seconda è stata quella portata avanti dai governi di centrosinistra: la ripartizione di competenze tra diversi centri, al fine di sviluppare una pluralità di centri di competenza e l’affermazione di una pluralità di figure professionali. Ne è una testimonianza la creazione di un organismo ad hoc da parte di Matteo Renzi, all’epoca presidente del Consiglio: il Team per la trasformazione digitale, diretto in origine dal manager di Amazon, Diego Piacentini.

Quest’ultima posizione in tema di innovazione ha portato sì ad una ripartizione di competenze, ma anche ad una collaborazione tra istituzioni che ha regalato all’Italia, tra le altre cose, il sistema di identificazione digitale Spid e la revisione operata negli anni 2016 e 2017 del Codice dell’Amministrazione digitale del 2005 che ha lasciato però diverse perplessità negli addetti ai lavori.

Si tratta, come è evidente, di due posizioni di “governance” statale nettamente opposte in materia di innovazione e che dovranno trovare una sintesi, al fine di evitare ancora una volta che il mess vanifichi le istanze di trasformazione digitale, facendo emergere e lasciando in eredità all’Italia, come spesso è accaduto, i soliti “peripatetici” del digitale.

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