Il “bavaglio” ora è anche per gli avvocati: alla Camera passa l’odg di Forza Italia contro i legali che parlano troppo
Il bavaglio è servito. Stavolta non è per i magistrati, ma per gli avvocati. C’è una legge per tutti, anche per arginare gli exploit mediatici dei difensori. Ironia della sorte, a sottoscrivere il bavaglio per i legali è un avvocato, Pietro Pittalis di Forza Italia. “Avvocato cassazionista” recita il suo curriculum, “dopo una laurea con il massimo dei voti all’università di Firenze”. Sì, ricordate bene, Pittalis è proprio lo stesso che ha presentato la proposta di legge per punire, con multe fino a 100mila euro e tre anni di carcere, i giornalisti che violano il segreto. E adesso è sempre lui a sottoscrivere l’ordine del giorno votato nell’ambito della riforma forense. Martedì sera, intorno alle 19, tacitamente nessuno si è dissociato, neppure l’opposizione. Ovviamente a dirigere il traffico è stato Enrico Costa, il capogruppo di Forza Italia, avvocato anche lui, nemico giurato dei media e dei processi mediatici. Stavolta ha fatto pari e patta, bavaglio ai magistrati, ma bavaglio pure agli avvocati, soprattutto quando vanno in tv a rivelare le carte giudiziarie di cui sono in possesso.
L’ordine del giorno ha un obiettivo chiaro, è arrivato il tempo di “valutare l’opportunità di studiare iniziative tese al monitoraggio relativo ai cosiddetti processi mediatici”. Ma i protagonisti non sono i magistrati bensì gli avvocati. Il caldo invito è diretto al Consiglio nazionale forense perché “emani e aggiorni periodicamente il codice deontologico e ne curi la diffusione”. Non solo: i tirocinanti dovranno essere formati “al rispetto dei principi etici e delle regole deontologiche”. Ma eccoci alla “ciccia” dell’ordine del giorno, tutto puntato contro quei processi mediatici sul piccolo schermo in cui i protagonisti sono proprio gli avvocati. “Sono sempre più frequenti trasmissioni che si attribuiscono il compito di celebrare indagini e processi paralleli a quelli svolti nelle aule giudiziarie, rendendo noti gli atti giudiziari nella loro integralità, dalle informative, alle ordinanze cautelari, alle intercettazioni, ai verbali di sommarie informazioni, avviando su questi atti dibattiti mediatitici”. Garlasco, ma non solo, insegna.
Dagli allo scandalo, i cittadini non devono sapere nulla dei processi. Perché “il processo mediatico genera indebite interferenze sulla formazione del convincimento del giudice, condizionamento delle parti e dei testimoni, effetti irrimediabili sulla vita personale e sulla reputazione dei soggetti coinvolti”. Sì, dagli all’informazione, dagli contro i media, teniamo tutto nascosto perché nessuno sappia. Quasi fossimo in un regime autoritario. Forse già lo siamo… E qui spunta il fatidico articolo 114 del codice di procedura penale, quello che vieta la pubblicazione anche parziale degli atti non più coperti da segreto fino alla conclusione delle indagini preliminari o dell’udienza preliminare, “a tutela dell’equilibrio tra diritto di cronaca, di cui all’articolo 21 della Costituzione, garanzie processuali, quali tra le quali, la presunzione d’innocenza e la verginità cognitiva del giudice”.
Eccola, la ben nota e stracitata presunzione d’innocenza, la creatura di Enrico Costa che l’ha coltivata non appena è comparsa in una norma europea e l’ha imposta alla Guardasigilli Marta Cartabia. La presunzione d’innocenza si è trasformata nel bavaglio più duro possibile per i giornalisti e adesso, grazie a un Csm a trazione Pinelli, cioè un avvocato divenuto per conto della Lega vicepresidente dell’organo di autogoverno dei giudici, saranno approvate, chi dice già il 3 giugno, chi ipotizza che tutto slitti al 10, come sostengono i ben informati consiglieri laici del centrodestra, le nuove “linee guida” che fissano regole draconiane per pubblici ministeri e giudici nei rapporti con la stampa.
Sì, pari e patta, un colpo al cerchio e uno alla botte, ieri è toccato agli avvocati. Perché “con sempre crescente frequenza si osserva la partecipazione di avvocati a trasmissioni televisive e in altri contesti mediatici, nei quali vengono commentati atti d’indagine nella loro integralità, determinando una significativa torsione delle regole di comunicazione giudiziaria”. E ancora: “A prescindere dalla valutazione su questa spettacolarizzazione, e sui suoi protagonisti, la condotta degli avvocati o ospiti di trasmissioni in cui si dibattono casi giudiziari deve, in ossequio alle regole deontologiche, essere sempre improntata a lealtà, correttezza, probità, dignità e decoro. Principi che non si esauriscono nell’attività processuale in stretto senso, ma permeano anche la dimensione pubblica e comunicativa della professione”. Per concludere: “L’informazione sul processo e l’illustrazione delle ragioni difensive possono essere legittime, ma devono restare compatibili con la funzione dell’avvocatura e con la tutela dei diritti altrui”.
E dunque qual è la conseguenza pratica? L’ordine del giorno impegna il governo “a valutare l’adozione di iniziative di competenza atte a prevedere un monitoraggio relativo ai cosiddetti processi mediatici, tenendo in considerazione la necessità del rispetto delle norme deontologiche da parte degli esercenti la professione forense e verificando con particolare attenzione il rispetto dell’articolo 114 del codice di procedura penale nella pubblicazione di atti giudiziari, in ossequio alla presunzione d’innocenza e all’imparzialità del giudice“. Cari avvocati, avete capito? Il bavaglio da oggi ha colpito anche voi.