Esulta a braccia alzate. Chatta come un matto. Scatta selfie dal palco delle conferenze stampa come un bambino. Si mette a telefonare davanti a duecento giornalisti e viene redarguito dal personale di servizio del Festival di Venezia. Il mattatore di oggi al Festival di Venezia non è il premio Oscar Jean Dujardin, ma il tarantolato Luca Barbareschi. Esagitato, scalmanato, irrefrenabile. Camicione bianco aperto sul petto, barbone sale e pepe, improvvisa kippah blu a coronare la chioma leonina e una lontana origine ebraica, sul palco veneziano, e a breve sul red carpet, Barbareschi ci finisce come produttore. La sua Eliseo Cinema ha cofinanziato il titolo di cui da giorni parlano anche i gondolieri di Murano tra una remata e l’altra: J’accuse di Roman Polanski. Senza la sua pecunia niente film “scandalo”. L’altro giorno ha perfino messo in scacco una paladina del #MeToo come la presidente di giuria del Concorso Venezia 76, Lucrecia Martel. Ha minacciato di ritirare il film. Polanski è mio e lo gestisco io. Roba che si faceva negli anni Settanta.

Martel si scusa e Barbareschi gongola. Chi se lo ricorda, invece, negli anni duemila, quando era diventato deputato del Popolo delle Libertà, ex Alleanza Nazionale, e girava un film proto-populista come Il Trasformista, ululando alla luna dell’establishment, adesso fatica a crederci. Barbareschi acclamato produttore a Venezia. Proprio dagli stessi scranni da cui il gotha del progressismo cinematografico mondiale, compresa Hollywood, ha recapitato messaggi politici anti Trump, anti Bush, anti Berlusconi e anti Salvini, oggi troneggia lui. “Sono così emozionato che non potete nemmeno immaginare”. È il prologo eufemistico dell’attore/produttore classe 1956 prima ancora che inizi la conferenza stampa ufficiale. “Questo non è un tribunale morale ma una mostra del cinema dove l’arte è libera”, primi applausi. “Le giovani generazioni non sanno nulla della storia e non leggono”, secondo applauso.

C’è ancora tanto antisemitismo in giro? “Vi consiglio di leggere il libro del rabbino capo di Londra, Jonathan Sacks: parla di un cambiamento climatico culturale, tolti gli estremi dobbiamo tornare ad un’idea moderata ripartendo dalle nostre tradizioni giudaico-cristiane”. 92 minuti di applausi. Barbareschi non lo frena più nessuno. Deve rispondere Louis Garrel, che in J’accuse interpreta il perseguitato protagonista Alfred Dreyfus, e lui coprendo con la mano il microfono acceso anticipa Paolo Del Brocco, ad di Rai Cinema, che gli siede a fianco: “Ora nella conversazione ci metto un po’ di pepe io”. E se Polanski dice e non dice, ma riciccia sulla metafora personale con il suo Dreyfus, figuriamoci l’ “emarginato” Barbareschi. Uno che il cinema l’ha bazzicato bene bene da attore, lui senza mai frequentare i salotti buoni di “sinistra”. Quando pochi mesi fa uscì Dolceroma, film prodotto e interpretato, s’era tolto quintali di sassolini da scarpe, stivali, pantofole e infradito.

Non faccio parte della casta del cinema italiano? Bene, allora costruisco la mia carriera da solo. Reporter d’assalto sbudellato vivo nel film, costretto e fingersi morto anche nella vita, per lanciare Cannibal Holocaust (1980). Omosessuale sensibile in Via Montenapoleone (1986) dei Vanzina. Arrapato milanese dei piani alti che agguanta Carol Alt e Brigitte Nielsen in Bye Bye Baby (1988). Clamoroso figlio di Walter Chiari in Romance (1986) che proprio qui a Venezia si inabissò senza premi. Barbareschi produttore ci riprova. Se Jaccuse vincerà qualcosa, avrà vinto soprattutto come quello che ci mette gli “schei”. Anche se nel film di Polanski fa una piccolissima particina. Tre, quattro pose. È il marito cornuto dell’amante del protagonista. Meglio di niente.

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