Se c’è un Paese nel mondo che ha profondi legami di sangue con l’Italia, questo è proprio l’Argentina. Secondo talune stime, oltre il 50% della popolazione di questo grande Paese è di origine italiana. E gli italiani hanno dato un grande contributo, nel bene e nel male, alla sua storia. Italiani cattivi, come Viola e Massera, componenti della giunta militare genocida degli anni Settanta e Ottanta, i cui crimini sono stati più volte condannati anche dalla magistratura italiana. Ma anche italiani buoni, come tanti militanti antifascisti e fra di essi il comandante Carlos Chichiarelli, discendente da una famiglia di emigrati abruzzesi, che dopo aver combattuto con le armi in pugno i militari fascisti ha ottenuto asilo politico in Italia e si batte oggi per l’accoglienza e i diritti dei rifugiati e degli italiani poveri: due cause che solo la perversa “intelligenza” dei razzisti riesce indebitamente a scindere. E il grande Papa Francesco, il pontefice dei diritti sociali e ambientali.

Di origine italiana è anche il presidente della Repubblica uscente, Maurizio Macri, eletto di stretta misura a capo del grande Paese meno di quattro anni fa e ora in procinto di essere spedito definitivamente nell’immondezzaio della storia. C’era da aspettarselo. Infatti Macri, giunto al potere per effetto di un certo diffuso scontento nei confronti del governo peronista, ha fatto peggio in tutti i campi, consegnandosi – mani e piedi legati – nelle mani del Fondo monetario internazionale, le cui scellerate politiche neoliberiste vanno bene, anzi benissimo, per i ricchi e gli speculatori, ma producono sfaceli e massacri sociali tra i popoli, allontanando consapevolmente qualsiasi prospettiva di sviluppo sostenibile e autocentrato dei Paesi che cercano di uscire dalla trappola della povertà e del sottosviluppo.

Come scrive un grande conoscitore dell’America Latina e della sua storia come il direttore di Altrenotizie, Fabrizio Casari, la recente vittoria di Cristina Kirchner e di Alberto Fernandez, che hanno distanziato di oltre 15 punti Macri alle primarie, è il frutto di “un generale fallimento delle politiche di riordino finanziario sostenute con l’azzeramento della spesa pubblica e del welfare, che hanno colpito le classi popolari e la stessa classe media e generato un vero e proprio apartheid sociale nel Paese, determinando l’impoverimento di massa, la contrazione fortissima della domanda e la riduzione al minimo dei consumi interni, l’aumento dei fenomeni delinquenziali e la corsa alla speculazione e al mercato nero della valuta”.

Si conferma insomma che il neoliberismo non è una strada percorribile per far fronte ai problemi del pianeta. Un altro esaltato neoliberista, oltre che dalle velleità fasciste – e grande amico di Matteo Salvini – come Jair Bolsonaro, sta preparando nel vicino Brasile un disastro ambientale e sociale di dimensioni bibliche, dopo aver liquidato gli avversari e in particolare Lula, con un indegno complotto rivelato dall’agenzia Intercept che ha fruttato al suo artefice, il giudice Sergio Moro, il posto di ministro della Giustizia. Ma anche i giorni di Bolsonaro e del suo regime sono contati, come fanno presagire da ultimo le grandi mobilitazioni di donne in corso in Brasile.

Meno di quattro anni fa, la vittoria di misura di Macri alle presidenziali argentine aprì per l’America Latina una stagione di restaurazione. Ad essa fecero infatti seguito le elezioni politiche venezuelane, dove la destra conseguì un’effimera quanto inutile affermazione; il tradimento del successore di Rafael Correa in Ecuador e per l’appunto l’avvento di Bolsonaro. Nel frattempo è fallito il tentativo di rovesciare Nicolas Maduro in Venezuela, nonostante continue minacce di intervento armato e l’adozione di sanzioni contrarie al diritto internazionale da parte dell’amministrazione Trump.

Oggi l’affermazione del ticket peronista alle primarie argentine (e il piccolo ma significativo risultato della sinistra guidata da Nicolas del Caño e da Romina del Plá) fa ben sperare per il futuro dell’America Latina. Continua la resistenza del Venezuela bolivariano, di Cuba, della Bolivia e del Nicaragua, ma a tale resistenza invincibile potrebbero ben presto affiancarsi leadership patriottiche negli altri Paesi, per rilanciare il grande disegno dell’integrazione e unità latinoamericane, che fu di Bolivar e Martì e più recentemente di Hugo Chavez e Fidel Castro.

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