Ci siamo arrivati per gradi, a un vicepremier che tra un selfie e l’altro convoca una conferenza stampa al Papeete Beach e fa scorrazzare il figlio con l’acquascooter della Polizia, coperto da agenti che intimano al giornalista di non riprendere la scena. Aldo Moro, per esempio, andava sulla spiaggia di Terracina sempre in giacca, con nella mano sinistra una sedia e in quella destra la figlia. Alla bambina che con occhi sgranati gli chiedeva conto di quella scelta stilistica, rispondeva che “un rappresentante del popolo deve essere sempre dignitoso e presentabile”. Enrico Berlinguer scendeva nella spiaggia della sua amata Sardegna in pantalone, camicia e cintura. Sperava di passare inosservato tra gli spiaggianti per rifugiarsi sotto l’ombrellone a recuperare le letture politiche arretrate.

Quella classe politica, che aveva ancora impressa l’ostentazione corporea tanto praticata dal fascismo appena finito, ci nascose il suo corpo per quarant’anni e continuò a considerare il pudore una virtù e la sobrietà un indice di potere. Anche in vacanza. Spulciando gli archivi fotografici, possiamo con certezza affermare che Palmiro Togliatti si limitò a una gita in barca (a remi) con la compagna Nilde Iotti in pantaloni e camicia all’Isola di Ponza nel 1954; che Alcide De Gasperi snobbò il mare per la montagna (e per le partite a bocce in alta quota) e che Giulio Andreotti lo seguì preferendo Courmayeur.

La svolta iniziò a vedersi a metà degli Anni Ottanta, sul bagnasciuga. Bettino Craxi lo risaliva con addosso solo degli occhiali da sole e un telo avvolto sulla vita. Era rilassato, in quella Tunisia da lui tanto amata e lontana migliaia di chilometri dai più prevedibili luoghi di vacanza scelti dai politici che l’avevano preceduto. Fu forse allora, che gli italiani iniziarono a pensare che i loro politici in vacanza non si riposassero e basta. Si divertissero addirittura. Tra le pagine dei settimanali e le immagini del tg, gli elettori riscoprirono il corpo dei potenti.

Poi arrivò la tv commerciale, il corpo delle donne a Drive In e Silvio Berlusconi. La prima estate della Seconda Repubblica si aprì con la canottiera bianca del capo della Lega Lombarda Umberto Bossi, in barca con la moglie Manuela e i figli Renzo e Roberto. Berlusconi fece conoscere all’Italia e al mondo la Sardegna, che non era più Sardegna ma era la Costa Smeralda. A volte basta il nome per cambiare un mondo.

E così, mentre i più frugali leader di sinistra se ne andavano a Gallipoli (Romano Prodi) o a Capalbio (Walter Veltroni, Piero Fassino e Fausto Bertinotti) a leggere l’Unità sotto l’ombrellone prima di partecipare ai convegni pomeridiani; mentre quelli più seriosi di destra se ne andavano a Fregene a fare immersioni e posare con un bermuda militare (Gianfranco Fini), Berlusconi scorrazzava per le stradine di Porto Cervo con completini di lino bianchi di mattina, pullover blu sulle spalle di sera e paparazzi intorno tutto il giorno.

Il confine è stato superato: il parlamentare o ministro era diventato la preda più ambita dai fotografi. Daniela Santanché, cappello da cowgirl e costume leopardato al Twiga di Marina di Pietrasanta, è stata l’apripista. Nell’estate del 2014, la prima della stagione renziana, sono tutti i politici i maggiori tre “scoop” gossippari: il bikini del neoministro Maria Elena Boschi (eletta da Chi “la più bella dell’estate”); il topless della ministra dell’Istruzione Stefania Giannini; i baci in spiaggia tra l’eurodeputata Alessandra Moretti e Massimo Giletti.

Si muovono con ostentata discrezione i grillini. Se Alessandro Di Battista se ne va in giro per l’Italia a bordo di uno scooter a tre ruote (finanziato e ospitato dai simpatizzanti, sia chiaro…), Luigi Di Maio usa rilassarsi a Capri. E quando viene sorpreso in Costa Smeralda avvinghiato alla sua Virginia Saba, lei si precipita su Facebook a scrivere che no, erano lì perché lei era a presentare un libro. E in quel locale cool dal nome Lío che veniva inaugurato ci sono stati, sì, ma solo “dieci minuti, per salutare un’amica”.

A scrollarsi ogni senso di colpa invece è lui, che già nel 2016 aveva mostrato i prodromi di una predilezione per la vita da spiaggia. In quella romagnolissima spiaggia di Milano Marittima, tra ragazzini in cerca di drink a buon prezzo e avventure amorose di un estate, Matteo Salvini si presentò con un mojito in mano, una catenina al collo e una pancia orgogliosamente in fuori. Si mise persino dietro la console del Papeete Beach, dove adesso discetta di riforma della Giustizia e migranti. Lanciò dischi, mandò baci alla folla, e posò per i selfie con un numero imprecisato di ragazze e ragazzi in interessante stato alcolico. Tre estati dopo, il vicepremier ammette un “errore da papà” commesso per accontentare il figlio 16enne, e viene spalleggiato dall’alleato più dichiaratamente “anticasta” che si ricordi. “Dignitoso e presentabile”, oggi, sono aggettivi all’ultima spiaggia.

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