Le indagini sulla morte del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, quelle sul ragazzo bendato prima dell’interrogatorio di venerdì e gli accertamenti sull’operato dell’Arma dei Carabinieri prima dell’omicidio. Sono questi i tre fronti aperti dalla Procura di Roma – cui si è affiancata anche la Procura militare – nell’ambito dei fatti avvenuti a Roma nella notte fra giovedì e venerdì a Roma. Mentre Ethan Elder, padre di Finnegan Lee Elder – il 19enne che ha confessato di aver inferto 11 coltellate al carabiniere 35enne – è arrivato nella Capitale italiana da San Francisco, in attesa di incontrare il figlio rinchiuso nel carcere di Regina Coeli insieme all’amico italoamericano Gabriel Natale Hjorth, gli inquirenti dovranno tornare nella stanza dell’hotel Le Meridien Visconti dove alloggiavano i ragazzi. Qui, infatti, erano previsti “accertamenti irripetibili” su tracce biologiche, ma le operazioni sono state rinviate “per motivi tecnici”.

L’inchiesta sull’omicidio – Al sopralluogo hanno partecipato anche gli avvocati dei ragazzi. Le indagini sarebbero dovute proseguire nei laboratori del Ris con i tecnici e i consulenti di parte. Ma bisognerà aspettare ancora. “Ci sentiamo totalmente tutelati da due magistrati”, ha spiegato l’avvocato Massimo Ferrandino, legale di Rosa Maria Esilio, vedova di Cerciello Rega. “I pm, con scrupolo e serietà, stanno portando avanti le indagini. Siamo sereni. L’estradizione non la prendo nemmeno in considerazione. Posso garantirvi che la difesa farà di tutto affinché ciò non accada. Mario era il carabiniere che, in un anno, portava a termine più operazioni con successo nella propria caserma”.

I due giovani arrestati sono stati visitati in carcere a Regina Coeli dai loro nuovi rispettivi legali, Renato BorzoneRoberto Capra per Elder e Francesco Petrelli per Natale Hjorth. Quest’ultimo difende anche il carabiniere Francesco Tedesco, il superteste nel processo sulla morte di Stefano Cucchi. “Il ragazzo è molto provato”, ha detto uno dei due legali di Finnegan Lee Elder, lo stesso che sostiene che il ragazzo “non ha precedenti penali”, in relazione alle notizie pubblicate dal San Francisco Chronicle circa un arresto e relativa condanna per aggressione quando aveva 16 anni.

Parlano i genitori di Finn e Gabe – Intorno alle 12 è arrivato a Fiumicino anche Ethan Elder, il padre di Finnegan.  “La prima cosa che vorrei sapere è quale è la prassi burocratica per poter rivedere in carcere mio figlio”, ha detto l’uomo, giunto in Italia da Oakland con un volo di linea della compagnia Norvegian. Ad attenderlo c’erano numerosi giornalisti e cameraman, ma ha preferito non fare nessun commento e ha lasciato subito lo scalo romano a bordo di una berlina che lo aspettava fuori dal terminal Partenze. La famiglia di Elder ha detto all’emittente Abc7 di aver organizzato il viaggio di Finnegan da solo in Italia sperando di allontanarlo dalla sua cerchia di amici. I genitori hanno poi prenotato una stanza per una notte al Le Meridien a Roma, per incontrare il suo amico ed ex compagno di scuola Gabe Natale, nella capitale già da qualche giorno per vedere suo nonno, che vive fuori città.

In serata ha parlato anche Fabrizio Natale, il padre di Gabriel, che si dice “fermamente convinto della sua innocenza”. Il genitore ha raccontato all’AdnKronos che “l’incontro in carcere è stato duro ma molto commovente. È un ragazzo normale che studia da architetto. Non si dà pace per quello che è successo, non sapeva che il suo amico fosse armato”. E’ proprio quest’ultima circostanza ad essere contestata dagli investigatori ed è anche su questo punto che si giocherà la sua possibilità di smontare l’accusa di concorso in omicidio. “Gabriel – dice il papà, di origini italiane – non pensava assolutamente che potesse esserci uno scontro. Di cosa fosse veramente accaduto lo ha appreso solo successivamente al momento del suo arresto. In questi giorni ho letto sui giornali molte cose inesatte sul conto di mio figlio. E’ sconvolto per la morte del carabiniere e io come padre non posso che essere vicino al dolore della sua famiglia”. Il suo avvocato ha aggiunto: “Non ha mai fatto uso di cocaina, è un ragazzo pulito. È successo tutto in maniera imprevedibile, non è andato a scontrarsi con nessuno, doveva recuperare dei soldi e finiva lì”

La foto della discordia –  Nel frattempo, proseguono le indagini sull’episodio della benda posta agli occhi proprio di Natale Hjorth nei minuti precedenti all’interrogatorio di venerdì, presso la stazione dei Carabinieri in via In Selci. C’è un sottufficiale dell’Arma indagato per abuso d’ufficio, che è già stato trasferito a un incarico non operativo. Ma c’è anche un’indagine per rivelazione di segreto d’ufficio, per ora nei confronti di ignoti, ad opera sia della Procura di Roma sia della Procura militare. L’obiettivo non è solo capire chi ha scattato la foto ma anche chi ha premuto il primo “condividi” e chi ne ha favorito la cessione ai giornali.

L’immagine potrebbe essere stata scattata dal terrazzino, ma non ci sono ancora riscontri. Vale la pena ricordare che il ragazzo bendato non è quello che ha materialmente sferrato le coltellate mortali a Cerciello Rega, ma l’altro, che dal carcere continua a dirsi “estraneo” all’omicidio, puntando il dito sull’amico. Fonti dell’Arma e della Procura concordano nel negare che anche l’altro ragazzo abbia subito il trattamento del bendaggio. “La vittima non è il delinquente bendato, ma il carabiniere morto in servizio, i suoi familiari, la sua vedova e la sua comunità”, ha detto il ministro dell’Interno, Matteo Salvini. “Io e mia moglie, dopo aver visto la foto di Hjorth bendato, abbiamo temuto per la sorte di nostro figlio. Ma siamo stati rassicurati sul fatto che non ha subito alcun maltrattamento”, ha fatto sapere il padre di Finnegan Elder.

Gli accertamenti sui turni – E poi c’è il terzo fronte che sembra essersi aperto. La Procura di Roma, infatti, ha anche acquisito i turni delle presenze in servizio della Stazione Farnese. Oltre a verificare l’effettiva presenza in servizio di Cerciello Rega e del collega Varriale, nel turno da mezzanotte alle 6 del 26 luglio scorso, c’è anche la necessità di capire chi era il responsabile delle operazioni in quel momento. Il generale Francesco Gargaro, comandante provinciale dei Carabinieri di Roma, in conferenza stampa si era detto “in disappunto” rispetto ai dubbi avanzati sull’operato dell’Arma, ma poco dopo aver rivelato che “Mario Cerciello Rega non aveva con sé la pistola” la sera dell’omicidio, era stato lo stesso procuratore capo facente funzioni, Michele Prestipino, a sottolineare come vi fossero ancora punti oscuri sulla vicenda. E l’acquisizione dei turni all’interno di questa inchiesta dimostra che i magistrati romani vogliono far luce su tutti gli aspetti presenti sul tavolo.

E nella giornata è sorta un’altra contraddizione. Come evidenziato anche dalle carte del gip, in effetti, il legale di Sergio Brugiatelli, Andrea Volpini, ha smentito che il suo cliente quella sera abbia parlato con i carabinieri di “maghrebini” in riferimento ai due americani. Durante l’incontro con la stampa, i dirigenti dell’Arma avevano rivelato che l’iniziale fuga di notizie sul coinvolgimento di cittadini nordafricani – con tanto di identificazioni fake diffuse da alcuni sindacati – era dovuto a un tentativo di depistaggio operato dal 40enne romano. L’ipotesi aveva scatenato i social network, facendo cadere in errore anche diversi politici come Giorgia Meloni e Paolo Gentiloni. Addirittura, la deputata di Fratelli d’Italia, Maria Teresa Baldini, aveva incolpato Matteo Renzi della morte del carabiniere, portando il dem Ettore Rosato a proporre una raccolta firme per chiederne le dimissioni. Brugiatelli ha anche annunciato, attraverso il suo avvocato, che si costituirà parte civile.

La lettera di Brugiatelli: “Cerciello Rega mi ha salvato la vita” – Restando sul presunto intermediario dei pusher, il suo legale in mattinata ha diffuso una lettera firmata da Brugiatelli stess. “Ai familiari del vicebrigadiere e alla sua giovane moglie, vanno le mie sincere condoglianze – si legge – In questi giorni e notti passate pensando alla tragedia che ha distrutto la famiglia del carabiniere che mi ha salvato la vita, ho letto e sentito dai media sulla vicenda curiose e false ricostruzioni che proseguono anche dopo la conferenza stampa degli inquirenti”. “Desidero chiarire che non sono un pusher né, tanto meno, un informatore delle forze dell’ordine”, ha cercato di spiegare nel suo appunto.

“Quando ho chiamato il mio numero di cellulare – ha rivelato – chi ha risposto non ha solo preteso denaro e droga per riconsegnare le mie cose. Mi hanno minacciato, dicendo che sapevano dove abitavo e sarebbero venuti a cercarmi“. E ancora: “Nel borsello rubato, oltre al documento d’identità c’erano anche le chiavi della casa dove vivo con mio padre, che e’ molto malato, mia sorella e mio nipote. Ho avuto paura che potessero far del male a me e soprattutto a loro, e per questo ho chiesto aiuto al 112″. Poi aggiunge: “Le stesse minacce che avevano rivolto a me, sono state ripetute poco dopo, quando, con il telefono in vivavoce, ho richiamato di fronte ai carabinieri il mio numero di cellulare. Il resto è storia nota, alla quale non voglio aggiungere altro, a parte tutto il mio dolore e rispetto, per la vita di un giovane eroe finita troppo presto”.

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