“Il maggior vizio dei filosofi è che pensano di pensare solo loro e che gli altri non pensano”: lo ha detto in un’intervista il maestro bolognese Stefano Bonaga, l’ultimo filosofo peripatetico italiano, forse del mondo, secondo lo scrittore Camillo Langone. Il libro di Giovanni Catellani, avvocato di professione ma con la passione per la filosofia e la musica,  Filosofia dei Sex Pistols, da pochi giorni in libreria per Mimesis, non ha questo vizio pernicioso, perché è privo del carattere gnomico e assertivo di certa divulgazione filosofica sedicente alta, quella che sembra dire al lettore “è così e basta perché lo dico io”. Il volume che Mimesis ha dato alle stampe è un ibrido, nel suo non-genere un piccolo capolavoro, da collocarsi a mezza via fra la divulgazione filosofica e la cronaca musicale.

Entriamo nel libro. Immaginate di essere a Manchester il 4 giugno 1976, in Peter Street, direzione Lesser Free Trade Hall, dove alle 19.30 si tiene il concerto di un nuovo gruppo di Londra, tali Sex Pistols. Per arrivarci, passate a piedi da Palatine Road, dove nel 1908 al civico 104 aveva vissuto Wittgenstein ventenne, ci fa notare l’autore. Il racconto parte da questo concerto per capire cosa è successo dopo, cosa ha colpito milioni di persone nel mondo. Quel concerto ha gli effetti di una rivoluzione, o meglio di una rivolta, che si propagherà per le strade del mondo e cambierà le vite di molti: “Quattro pazzi sul palcoscenico, solo uno sapeva suonare, tre ci riuscivano malapena e nessuno sapeva cantare: sono Glen Matlock, Paul Cook, Steve Jones e la voce di John Lydon, in arte Johnny Rotten”. Elettricità, energia, caos allo stato puro, colpirono il pubblico formato da poche decine di persone. Da quel palco cominciarono a suonare e urlare: e le decine di persone presenti a quell’evento si moltiplicarono diventando nel tempo migliaia di fan, centinaia di migliaia e milioni fino ad oggi. Il miracolo avviene perché in questo “conglomerato di incapacità tecnica e approssimazione” che fu il concerto, qualcosa di straordinario succede: ossia un Evento.

E cosa c’entra la filosofia? Secondo Catellani c’entra, eccome. E qui scomoda addirittura Gilles Deleuze. Il volume ha infatti una dichiarata impronta deleuziana, ossia ispirata al grande pop-filosofo francese – per inciso, l’unico filosofo che abbia invitato a leggere un libro come si ascolta un disco. La tesi di Catellani è che dallo spettacolo-rivoluzione si è generato un evento nella precisa accezione che Deleuze attribuisce al termine – e scusate se si fa difficile, ma devo citare: “il momento presente dell’effettuazione, il momento in cui l’evento si incarna in uno stato di cose, in un individuo in una persona, quello che si designa dicendo: ecco è venuto il momento”.

Quella dei Sex Pistols, ovviamente, non è stata una filosofia, ma “la loro portata, quella della loro musica, dei loro concerti, del loro proporsi, è stata e continua ad essere filosofica e questo perché da quel concerto del 4 giugno 1976 e poi da quei 38 minuti e 53 secondi che è la durata del disco Never Mind the Bollock, una cosa è stata chiara per tutti:  anyone can do it – do it yourself”. In due locuzioni, il concetto manifesto del punk.

In questo intrigante racconto di filosofia fanno la loro comparsa fra gli altri Ludwig Wittgenstein, Friedrich Nietzsche sul nichilismo, Michel Foucault nella prefazione al Deleuze-Guattari dell’edizione americana de L’anti-Edipo. Proseguendo nella lettura, si incontra perfino Immanuel Kant, sul concetto e essenza della Rivoluzione. Le pagine bellissime sulla differenza fra rivoluzione e rivolta di Furio Jesi attraverso la lettura di Rimbaud. E poi Il recupero della filosofia cinica del contemporaneo tedesco Peter Sloterdijk, nel suo Critica della ragion cinica. E per finire il filosofo olandese Baruch Spinoza, che, ricorda Catellani, si guadagnava da vivere facendo l’ottico. Poteva mancare Max Stirner? Non poteva, c’è con L’unico e la sua proprietà, a proposito dell’anarchismo.

Le singolarissime pagine di Catellani ci accompagnano così in un cammino pieno di sorprendenti incontri. Uno ancora su tutti merita di essere ricordato in chiusura. Riguarda il futuro bassista dei Joy Division e dei New Order, Peter Hook, in un episodio riportato anche nel libro di David D. Nolan Il concerto che ha cambiato il mondo. Anche Hook descrive quel concerto come la cosa più scioccante che avesse visto nella vita, che gli fece dire “cazzo! Posso farlo anche io”. Anyone can do it – do it yourself.  Il giorno dopo il concerto il ventenne Hook, sull’onda dell’entusiasmo, senza mai aver suonato alcun strumento, andò a comprarsi un basso per 35 sterline. Una volta uscito dal negozio si chiese giustamente “e adesso che cazzo ci faccio con questo?” Andò a comprarsi anche un manuale fai da te per imparare a suonare il basso rock and roll. La morale è che Hook “diventò in pochi mesi un bassista capace di inventare nuove tonalità che hanno ridefinito il suono del rock e che hanno contribuito a far diventare immortali i Joy Division e che hanno accompagnato i New Order in una nuova rivoluzione musicale”.
Quell’evento, dunque, secondo Catellani, liberò le tre domande della filosofia: Cosa posso? Cosa so? E cosa sono?  Quello che conta, alla fine, è che un giorno la vita ci portò i Sex Pistols, ci portò il concerto del 4 giugno del 1976 alla Lesser Free Trade Hall di Manchester: perché, scrive Catellani, “il vero soggetto delle nostre comuni esperienze non è il nostro ego, non sono le nostre coscienze, non sono i nostri io, il soggetto è proprio la vita. I Sex Pistols sono stati un evento della nostra vita e sono stati senza volerlo una rivoluzione. Un “presente definitivo”, una lente attraverso cui leggere il passato e il futuro. Perché un futuro c’è stato, eccome”.

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