Quando il discorso scivola su fede e politica, il vignettista Sergio Staino racconta di sua madre cattolica e comunista che un giorno andò a confessarsi e dal prete si sentì dire che se non votava per la Dc non l’avrebbe potuta assolvere. La donna rossa di rabbia e di vergogna rispose: “Allora si tenga la sua assoluzione”. L’episodio dopo oltre mezzo secolo è stato raccontato a Papa Francesco che ha mandato a dire a Staino che l’assoluzione a sua madre Norina gliele avrebbe data lui, se l’avesse richiesta.

Nel frattempo però Norina è morta, così come ormai sono passati settant’anni da quel 1 luglio del 1949  in cui il Sant’Uffizio emanò il decreto di scomunica dei comunisti. Il decreto venne affisso in tutte le parrocchie, da Milano a Palermo. Ecco un esempio: “Avviso sacro. Fa peccato grave e non può essere assolto. 1. Chi è iscritto al Partito Comunista. 2. Chi ne fa propaganda in qualsiasi modo. 3. Chi vota per esso e per i suoi candidati. 4. Chi scrive, legge e diffonde la stampa comunista. 5. Chi rimane nelle organizzazioni comunista: Camera del Lavoro, Federterra, Fronte della Gioventù. Cgil e altre organizzazioni di riferimento al Pci”.

“Per comprendere il decreto di scomunica dei comunisti del 1949 bisogna cercare di entrare nella mentalità del tempo”, avverte monsignor Luigi Bettazzi, 95 anni, vescovo emerito di Ivrea, noto per le sue posizioni progressiste e autore di un famoso carteggio con Enrico Berlinguer, in cui l’allora segretario del Pci sostenne, facendo scalpore, che i comunisti italiani non erano “materialisti e atei”, bensì “laici, né teisti, né ateisti, né antiteisti”, come ricorda lo stesso Bettazzi nella prefazione al libro del sociologo Arnaldo NestiLa scomunica. Cattolici e comunisti in Italia (EdB, postfazione di Achille Occhetto)

Era il 1977, un passo storico, il carteggio tra Bettazzi e Berlinguer: di fatto la scomunica era alle spalle e da un anno, elezioni del 1976, alcuni cattolici come Raniero La Valle, Mario Gozzini e Piero Pratesi si erano candidati come indipendenti nel Pci.

La scomunica squarciò in due il mondo cattolico, in cui molti fedeli frequentavano la sezione comunista ma anche la parrocchia. Doppia fede, doppia militanza. E tante storie. Di comprensione nei confronti dei comunisti cattolici. Racconta ad esempio don Giovanni Gori, parroco bolognese: “All’inizio degli  anni Sessanta venne nel mio paese un parroco giovane, che per la benedizione delle case portava con sé i chierichetti, tra cui anch’io. Arrivati davanti a una porta (ultimo piano di un condominio) noi ci chiedevamo se sarebbe entrato o no. Anche noi bambini sapevamo che si trattava di una famiglia di ‘veri’ comunisti, una coppia sposata solo in Comune; però avevano fatto battezzare il figlio. Il parroco ci fece aspettare a metà scala ed entrò a benedire perché, ci disse poi, a quel bambino la benedizione non poteva essere negata”.

Don Gigi Cecconi, pisano: “Ricordo che in una casa una famiglia teneva l’immagine di Stalin con un lumino acceso davanti, chissà se lo accendevano sempre o lo avevano fatto per l’occasione. Comunque il parroco prima di mettere mano all’aspersorio disse: benediciamo anche santo Stalin!”. Altri parroci raccontano che dopo il 18 aprile del ’48 e la scomunica i padroni non assumevano più operai che votavano per il Pci ma loro, nonostante il decreto del Sant’Uffizio, difendevano “il diritto al lavoro di tutti”. Ed erano proprio i parroci a dare referenze positive.

Così nonostante la scomunica continuò a convivere in Italia la doppia militanza. Quella che Occhetto così racconta. “Ai funerali di Togliatti del 1964 il gesto più frequente e che più mi impressionò fu quello di quanti contemporaneamente salutavano con il pugno chiuso e il segno della croce”.

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