Ai primi posti della Smemoranda italica, l’agenda che annota le cose importanti che non riteniamo urgenti, c’è il Deposito Nazionale, l’infrastruttura ambientale di superficie che dovrebbe accogliere in sicurezza i rifiuti radioattivi prodotti in Italia. La questione tocca non solo lo stoccaggio sicuro ma temporaneo dei rifiuti ad alta attività – risulta delle centrali nucleari dismesse – ma anche e soprattutto la grande quantità di rifiuti radioattivi che, ogni giorno, producono gli ospedali, le industrie e i laboratori di ricerca. Se i primi sommano a circa 15mila metri cubi di materiale altamente radioattivo, ci sono 75mila metri cubi di rifiuti a media e bassa attività da stoccare in modo definitivo. Mentre l’Italia non produrrà altri rifiuti ad alta attività, possiamo prevedere un futuro senza rifiuti nucleari a bassa attività soltanto se abbandoneremo metodi ormai consolidati di diagnostica e terapia medica. E penalizzeremo l’industria cartaria, alimentare, automobilistica e aeronautica.

Sullo smaltimento dei rifiuti radioattivi l’Italia è ferma. Non esiste una infrastruttura che permetta la loro messa in sicurezza definitiva se a bassa attività, provvisoria se ad alta, nella prospettiva di future soluzioni definitive.

Lo sforzo di localizzare e costruire il Deposito Nazionale attraverso un percorso trasparente è naufragato nel silenzio. Si continua a stoccare i rifiuti a bassa attività in modo provvisorio, mentre nessuno sa dove mettere i rifiuti ad alta attività che rimpatrieranno nel 2025 dalla Francia e dal Regno Unito, se non rivolgendosi a qualche paese in grado di accoglierli dietro lauta ricompensa. Il pericolo di una sanzione dell’Unione europea non è irreale, poiché l’articolo 4 della Direttiva 2011/70 prevede che la sistemazione dei rifiuti radioattivi avvenga nello Stato membro che li ha generati. Con la certezza di abdicare a una responsabilità morale verso l’umanità.

Per quanto riguarda i rifiuti ad alta attività, molti paesi europei si stanno attrezzando al progressivo abbandono della tecnologia nucleare fissile e alla messa in sicurezza delle scorie. La Francia, paese dove tuttora il nucleare vale quasi il 75% dell’energia elettrica immessa in rete, prevede di ridurre la quota al 50% entro pochi anni e ha già spento nove impianti su 58. Perfino il Giappone, dove il 30% dell’energia elettrica immessa in rete era di origine nucleare nel 2011, ha voltato pagina dopo il disastro di Fukushima: solo nove dei 42 reattori sono ancora accesi. Entrambi i paesi si stanno progressivamente attrezzando non solo con un’attenta e accurata pianificazione, ma anche con la cazzuola in mano.

L’Italia ha anticipato l’addio al nucleare fissile, una decisione popolare che risale a più di 30 anni fa (1987). Ma ha declinato l’avverbio “progressivamente” in modo bizzarro. Ai governanti non bastarono dieci anni per iniziare a pensare come chiudere il ciclo nucleare. Nacque così la Sogin, società di Stato operativa dal 2001 con una duplice missione, il decommissioning degli impianti nucleari e la gestione dei rifiuti radioattivi ad alta, media e bassa attività.

Pur con un ritardo omerico, il primo passo fu fatto nel 2015. Sogin consegnò nel mese di giugno al Mise (ministero dello Sviluppo economico) la versione definitiva della Cnapi, la mappa dei siti idonei a ospitare il Deposito Nazionale. Per costruire la mappa, Sogin aveva utilizzato i 15 criteri di esclusione (per esempio: la stabilità geologica, geomorfologica e idrologica) e i 13 criteri di approfondimento (per esempio: le condizioni meteo-climatiche) stabiliti nel 2014 da Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). Ma la Cnapi è tuttora inedita: nessuno ha mia visto la mappa, se non gli addetti ai lavori.

Noti i criteri, poiché pubblicati da Ispra, non dovrebbe essere troppo difficile ricostruire il puzzle, utilizzando le cartografie tematiche oggi rese pubbliche, disponibili e scaricabili via Internet. Assieme agli allievi del corso di Eredità nucleare e Sostenibilità ambientale del prossimo semestre forse proveremo a svolgere questo esercizio, sviluppando una impostazione didattica che integri vari contributi multidisciplinari (dall’ingegneria industriale a quella civile e ambientale, fino alla pianificazione territoriale e all’architettura) con il flipped learning, il metodo interattivo di apprendimento. Qualcuno sospetta che il segreto di Stato, custodito con cura per non traumatizzare i cittadini elettori, non sia un mistero del tutto impenetrabile, almeno a grandi linee, poiché i criteri stabiliti da Ispra sono molto restrittivi, dettati dall’elevato livello di sicurezza giustamente stabilito dai legislatori. E grande è la complessità geologica, idrografica e territoriale del nostro paese.

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