Festival di architettura “Open House Roma”: così si promuove una partecipazione più consapevole alla trasformazione della città
“L’architettura non viene abbastanza conosciuta e studiata, rispetto alle arti figurative e alla pittura, ma è un peccato perché invece ha un ruolo importantissimo: viviamo l’architettura tutti i giorni, uscendo di casa, andando al lavoro”. Francesca Laganà ha trentasei anni, è architetta (con una specializzazione in restauro architettonico), per lavoro si occupa di rilievo digitale dei beni culturali applicando tecnologie avanzate dalla documentazione del patrimonio; ma soprattutto, nel tempo che le resta, coordina – insieme a Giulia Franceschilli e Giovanni Orlando – oltre seicento volontari del Festival internazionale di architettura Open House Roma, organizzato dall’associazione culturale Open City Roma (APS). Festival che ogni anno, a maggio, trasforma la Capitale in un museo diffuso, offrendo (quest’anno) ben 220 luoghi aperti, 60 tour guidati e 50 eventi speciali. Tutto gratuito, con l’obiettivo di far conoscere l’architettura – antica, moderna, contemporanea – ai cittadini. “Open House Roma fa parte di Open House Worldwide, un network internazionale che nasce a Londra nel lontano 1992 con l’idea di aprire gratuitamente le porte della città. E ora è diffuso in altre sessanta città del mondo”, spiega Francesca. “In Italia è arrivato attraverso l’associazione Open City Roma nel 2010 (la prima edizione del Festival è nel 2012), e si è poi ampliato anche a Milano, Torino e Napoli. Oggi Open City Roma è un’associazione non profit nata per diffondere la conoscenza dell’architettura e promuovere una partecipazione più consapevole alla trasformazione della città”. Ad organizzare il festival sono dodici persone (dottori di ricerca, architetti, operatori culturali e comunicatori digitali), “che si riconoscono in un progetto fondato sul concetto di bene comune come motore propulsivo di una nuova economia che metta al centro l’ambiente, la cultura e la comunità”; poi ci sono appunto tutti i volontari – che non sono tutti architetti, e non sono solo studenti, ma di ogni età e con percorsi completamente diversi – che gestiscono la grande mole di visitatori che ogni anno partecipano agli eventi.
“I volontari, che noi chiamiamo ‘Openhousers’, e che scelgono quando essere disponibili e per quante ore, hanno due ruoli principali”, spiega Francesca. “I primi si chiamano ‘Architeller’ e sono le persone che raccontano questi luoghi in modo chiaro, semplice e accessibile, anche per chi non ha competenze. E poi ci sono i Site Assistant, quelli che si occupano dell’accoglienza, dell’organizzazione, delle prenotazioni e dello svolgimento delle visite”.
Per Francesca il lavoro per Open House Roma è una specie di secondo lavoro, “almeno mezza giornata la porta via, ma è una questione di passione”. Gli edifici sono scelti dal team “Programma”, coordinato da Gaia Maria Lombardo, che cura la selezione dei luoghi, i rapporti con proprietari, enti e istituzioni e la costruzione dell’offerta culturale del festival. È il gruppo che mette insieme tutti i tasselli affinché ogni anno Open House possa raccontare la città attraverso centinaia di aperture, visite ed eventi (con una percentuale di rinnovo di circa il 30-40% del programma). Si lavora anche sulle case private, molte volte sono gli architetti stessi che propongono un loro progetto e lo raccontano al pubblico.
All’interno del programma c’è una sezione che si chiama ‘Architetture del quotidiano’, con lo scopo rendere visitabili quei luoghi che di solito vengono utilizzati con un altro scopo, ad esempio le chiese e i mercati. “Tutto ciò che apriamo”, continua la volontaria, “ha un valore architettonico e collaboriamo anche con i volontari del Touring Club italiano, uno scambio importantissimo e bello tra generazioni diverse”.
Un’apertura nuova di quest’anno, particolarmente suggestiva? “Abbiamo reso fruibile con grande successo il Mausoleo degli Equinozi sull’Appia Antica, Una delle testimonianze più affascinanti del paesaggio funerario dell’Appia. La particolarità del monumento è nel suo orientamento astronomico: nei giorni degli equinozi un raggio solare penetra dalle aperture superiori e illumina il centro della camera. Ma penso anche all’opificio Italiacamp, che era una importante marmeria che ha realizzato opere e restauri per la Basilica di San Pietro, le cattedrali di Londra e New York, i palazzi del Quirinale e oggi è un luogo di eventi che ha mantenuto la sua identità. Quello che conta davvero”, conclude Francesca, “è il senso di partecipazione culturale. Il volontariato culturale secondo me ha un valore enorme, perché significa contribuire concretamente a rendere la cultura più accessibile e condivisa. Spesso si pensa al volontariato solo in ambito sociale o assistenziale, ma anche la cultura ha bisogno di persone che mettano tempo, energie e competenze al servizio della collettività. La cosa più bella è vedere persone entrare in un luogo e uscirne guardando la città in modo diverso. E sapere che tutto questo è possibile grazie all’impegno e all’energia di chi ogni anno sceglie di esserci”.