Dopo circa otto mesi dall’avvento al potere di Jair Bolsonaro, il diavolo non sembra ancora così brutto come lo si dipinge: nonostante una campagna elettorale all’insegna della truculenza, finora la nuova amministrazione segue una linea “morbida” incentrata sulla riforma previdenziale, tuttora sotto esame in Parlamento, con una timida apertura alle quote rosa. Le pecche più roventi rimangono però invariate, antecedenti all’elezione di Bolsonaro: lo strapotere del Supremo Tribunale Federale (Stf), di cui molti membri sono stati coinvolti nello scandalo corruzione dei politici, e l’esasperato neoliberismo, che infierisce sulla questione indigena e ambientale. Una tragedia duplice, in un contenitore unico.

Intanto il nuovo presidente incassa una vittoria storica: l’accordo commerciale tra Mercosur e Unione europea, che dovrebbe portare al Brasile un incremento del Pil pari a 336 miliardi di reais in 16 anni, in cambio dell’impegno del Paese nel rispetto degli accordi di Parigi sull’emissione dei gas serra. Un impegno ottenuto dopo un duro scontro tra Bolsonaro ed Emmanuel Macron e aspramente criticato da Greenpeace, che prevede invece un peggioramento del quadro generale.

Una riforma controversa: cui prodest?

La riforma è una sorta di Fornero brasileira con una variante “pentastellata” anti-vitalizi: si propone di adeguare il sistema previdenziale a un Paese che, sulla falsariga italiana, sta soffrendo di bassa natalità e maggiore aspettativa di vita degli anziani. E soprattutto, di uniformare le aliquote per il calcolo delle pensioni del lavoratore ordinario e del servitore dello Stato a quelle dei militari, i quali adesso percepiscono, insieme a politici e magistrati, un tetto massimo di 30mila reais al mese, all’incirca 6.880 euro (1 euro = 4,36 reais) mentre “gli altri” arrivano solamente a 3.600 reais massimo. Il limite verrebbe fissato a 5.600 reais (1.284 euro) per tutti, una somma esigua per privilegiati che vedrebbero dimezzate le loro pensioni d’oro due volte!

Ovviamente le resistenze a livello parlamentare, così come nella magistratura e nelle Forze Armate, sono feroci, mentre la maggior parte della popolazione sfila invece in manifestazioni pro-governo. Al momento è previsto un modesto ritocco del tetto a 5.800 reais, ma è probabile che le categorie “d’oro” spunteranno di più. I nuovi parametri d’età sono: 60 anni per le pensioni del settore agricolo, insegnamento e dei lavori ad usura. Per il resto, 62 per le donne e 65 per gli uomini, con un aumento graduale di sei mesi per anno, a partire dal 2020.

Il versamento inferiore di contributi mensili rimane sotto i 5mila reais, con un extra di 400 per i disabili. Vige al momento il divieto di accumulare il salario minimo alla pensione per morte, e soprattutto il trasferimento della pensione dei militari deceduti ai loro figli. Erano tutti salassi che gravavano per il 3% del Pib (producto interno bruto, il nostro Pil).

Lex super lex

Stf non è solamente il massimo organo giudiziario in Brasile, bensì il vertice istituzionale che sovrasta il Parlamento e si arroga il diritto di giudicare i politici che rivestono incarichi federali, sottraendoli agli strali del tribunale ordinario. Tutela costoro sotto le ali del Foro Privilegiado, procedura che garantisce un’immunità totale fino al giudizio del Tribunale Supremo, il quale ha un suo ministro della Giustizia, svincolato da quello del governo.

Quest’incarico è ricoperto da Luiz Fux, ebreo di origine romena. Rispettato anche da Sergio Moro, il giudice-fustigatore dell’inchiesta Lava Jato (e attuale ministro di Giustizia del governo Bolsonaro) che ha travolto e incarcerato Lula da Silva, Michel Temer, Eduardo Cunha, Antonio Palocci e tante altre figure minori del panorama istituzionale brasileiro. Artefici costoro, con la complicità di multinazionali e imprese statali – quali Odebrecht e Petrobras – della profonda corruzione che ha distrutto il Pt, Partido dos Trabalhadores di Lula e Dilma Rousseff.

Eppure, era stata proprio quest’ultima a tramare per fare eleggere Fux al ruolo che riveste tuttora, con il supporto del famigerato José Dirceu, capo di gabinetto sotto Lula: la mente dietro lo scandalo Mensalão, che aveva creato una schema di corruzione dei deputati, i quali, foraggiati da una bustarella mensile di 30mila reais, votavano costantemente a favore delle leggi proposte dal Pt. Stf è stato riconoscente: i giudici Toffoli e Lewandowski sono riusciti a far avere a Dirceu uno sconto di pena, che ha ridotto a sette anni il suo attuale stato di detenzione.

Gilmar Mendes, parte anch’egli del ministero della Giustizia e del Stf, finora è sempre riuscito a farla franca. Le sue perle: sottrazione di fondi dall’ufficio del Procuratore Generale per finanziare la sua scuola di legge, garanzia di habeas corpus al finanziere Dantas, arrestato dalla Pf (Polizia federale) che fu costretta a rilasciarlo, e soprattutto il reintegro al seggio di senatore di Aécio Neves, l’ex leader socialdemocratico indagato per corruzione attiva e riciclaggio di denaro – indagine supportata da intercettazioni e testimonianze – che rientrò così nello scudo parlamentare garantito dal Foro. Il cellulare di Neves rivelò agli inquirenti ben 33 messaggi WhatsApp intercorsi con Mendes, ma, essendo criptati, la Pf non riuscì a decifrarli. Per Lula, invece, non c’è tregua: dopo la condanna per il “triplex” che lo ha condotto nel carcere di Curitiba, in un solo giorno gli sono state negate ben due richieste di habeas corpus. Non basta: la somma del risarcimento fissato per i reati precedenti è stata elevata a 78 milioni di reais. Tutti i beni dell’ex presidente sono già sotto sequestro.

Ma un colpo di scena dell’ultim’ora sembra annunciare la fine della pacchia: il tribunale federale ha messo sotto processo Neves per corruzione e intralcio all’Operazione Lava Jato. Neves è fuori dal Foro Privilegiado che tutela i parlamentari, per decisione di STF, poiché all’epoca dei fatti era ancora senatore, mentre ora è solamente un deputato federale. STF ha anche disposto il blocco dei beni del politico, per un importo di 1,7 milioni R$.

Dias Toffoli, attuale presidente Stf, così come Mendes e Lewandowski, sono sotto impeachment per illeciti e abusi d’ufficio. Non sembrano preoccuparsene troppo, e a ragione: loro sono la lex super lex.

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