Al di là del clamore mediatico sulla vicenda Lula, il nocciolo della questione si cela nelle pieghe del sistema giudiziario brasileiro. E nel crollo della sinistra istituzionale, che spalanca un’autostrada alla restaurazione più becera. Andiamo per gradi.

Gli anelli deboli della catena
A Lula è stato fatale un lussuoso appartamento a tre piani, riciclaggio (secondo l’accusa) di una tangente ricevuta dall’impresa costruzioni Oas che ha poi ristrutturato l’immobile, fungendo anche da prestanome dell’ex presidente.

Oas fa parte del gruppo Odebrecht, una multinazionale al centro delle indagini nella maxi-inchiesta Lava Jato, condotta dal giudice Sergio Moro. Odebrecht a sua volta è al vertice di uno schema di Ponzi che avvolge l’America Latina, arrivando fino in Africa.

La mazzetta sarebbe stata pagata in cambio della mediazione di Lula per appalti concessi da Petrobras, colosso petrolifero nazionale. A sostegno di questa tesi, la sentenza riporta la confessione di Pinheiro Filho – presidente del gruppo Oas detenuto per corruzione attiva – e cita documenti che attesterebbero la contraffazione dell’atto di proprietà. Il pentito ha dichiarato che il triplex appartiene alla famiglia Lula, la quale avrebbe insistito affinché rimanesse intestato a Oas. Incastrato per una casa, come un Claudio Scajola qualunque (Scajola però alla fine fu assolto).

Non tutti applaudono: i pro-Lula gridano al complotto, così come fecero due anni fa quando Dilma Rousseff fu destituita da impeachment per frode fiscale. Rincarano la dose, aggiungendo poi che nei confronti dei politici imputati si adottano due pesi e due misure.

In effetti, il caso di Aécio Neves è perlomeno sospetto: principale antagonista di Lula e Dilma quando era leader social-democratico, nel 2014 sfiorò il successo alle presidenziali vinte poi dal Partido trabalhadores (Pt). Costui era indagato per corruzione passiva, riciclaggio e per istigazione alla corruzione causa la richiesta di due milioni reais fatta a Joesley Batista, titolare di Jbs, il gigante delle carni brasiliane. La polizia federale interrogò Neves a maggio 2017, sequestrandogli i cellulari che contenevano 33 messaggi WhatsApp scambiati con Gilmar Mendes, giudice del Supremo tribunale federale (Stf), massimo organo giudiziario in Brasile.

I messaggi erano criptati, per cui gli investigatori non riuscirono a decifrare i contenuti. Sta di fatto, che Mendes sostituì il 24 giugno il precedente inquisitore Edson Fachin e da quel momento l’indagine sull’ex leader Psdb si blocca. Non solo: sospeso a maggio dal seggio di senatore per disposizione dello stesso tribunale, una volta che Mendes subentra (a ottobre) il provvedimento è annullato. Neves ritorna così nel foro privilegiando, una procedura speciale riservata ai politici con incarichi istituzionali e federali, che li separa dalla giustizia ordinaria.

Contro Aécio, ci sono anche registrazioni di telefonate che confermano i colloqui con Batista e Mendes, più le confessioni di ben quattro membri del direttivo Odebrecht in merito alle accuse precedenti. Però, finché rimane in questo circuito speciale, è fuori dagli strali di Moro e può essere giudicato solo da Stf che per ora lo ha risparmiato.

Non è stato così per Eduardo Cunha (ex presidente della Camera) e Antonio Palocci (ex ministro petista), sottochiave da due anni. Come hanno perso i loro scudi parlamentari, la mannaia ha infierito. Su Cunha – grande accusatore della Rousseff – il pubblico ministero si è scatenato a gennaio, chiedendo l’aumento della pena da 15 a 386 anni! Lo stesso Alckmin, candidato alle prossime presidenziali per Psdb (socialdemocratici) dopo aver dato le dimissioni da governatore di São Paulo torna tra i comuni mortali e va sotto processo per una tangente da 10 milioni.

Senza santi in paradiso Stf non c’è scampo e Lula era l’anello debole della catena: non ricoprendo più incarichi ufficiali, alla fine è andato dentro. Due dei “santi”, i giudici Toffoli e Lewandowski, sono sospettati di connivenze con il mafioso Dirceu, rilasciato lo scorso anno. Essendo Lula non più presentabile per via della detenzione (era in testa ai sondaggi con il 41%) e Alckmin a forte rischio, enorme è il danno d’immagine per i due partiti che rappresentavano. Jan Bolsonaro, deputato Psl (Partido social liberal) anche lui aspirante alla Presidenza e nostalgico del passato regime militare, si frega le mani.

La sinistra si è persa
Eppure, come ha scritto saggiamente Nelson Motta, compositore brasiliano: “Non è la destra che ha vinto, ma la sinistra che si è persa”. Si è persa dietro la mediocrità di Dilma Rousseff (allieva immeritevole del suo mentore) che ha permesso il saccheggio di Petrobras – oggi un carrozzone parastatale, rubinetto incontrollato di appalti gonfiati in cambio di bustarelle – in una fase di recessione globale caratterizzata dal costo del greggio in picchiata. Si è persa dietro l’assistenzialismo a pioggia dei suoi programmi, utilizzati soprattutto come serbatoio di voti. Il Partito dei lavoratori non ha saputo (o voluto) formare una classe operaia qualificata in grado di affrontare autonomamente un costo della vita in continua ascesa, che pone il Brasile ai vertici dell’America Latina insieme al Cile. Mantenendo i suoi trabalhadores ancorati a un salario minimo ridicolo – 950 reais mensili, meno di 240 euro – laddove i beni primari costano più che in Europa. Una sinistra incapace di mettere almeno un argine contro il neoliberismo privato che ha fagocitato sanità e istruzione, oggi nelle mani di assicurazioni e finanziarie che dettano leggi e formulano onerosi piani tariffari senza i quali scuola e assistenza medica decenti latitano.