Il provvedimento di condanna sta tutto in tre parole: “aumento di spesa”. È per questo motivo che mercoledì la Corte dei Conti della Toscana ha condannato Matteo Renzi a pagare 15 mila euro per un danno erariale relativo al 2006 quando l’ex premier era Presidente della Provincia di Firenze. Secondo i giudici contabili Renzi avrebbe nominato quattro direttori generali al posto di uno, provocando così un danno complessivo all’ente pari a 125mila euro totali. Ma se la questione si fermasse qui – e senza considerare la rilevanza etica – l’ex presidente del Consiglio potrebbe non doversi strappare le vesti, ricorrere in appello e nel caso risarcire il danno. Invece no perché, insieme alla condanna, mercoledì è arrivata un’altra tegola: Renzi negli scorsi giorni ha ricevuto dalla Procura un “invito a dedurre” per un altro presumo danno erariale riguardo alla nomina di due collaboratori non laureati, il capo dell’ufficio stampa e suo portavoce Marco Agnoletti e Bruno Cavini, nel 2009 da sindaco di Firenze. “Non è la prima volta che la Corte dei Conti condanna Renzi ma in appello ha sempre vinto” è la replica degli uomini vicini all’ex premier.

La condanna – Il caso della condanna di mercoledì risale al 2006, due anni dopo l’elezione a Presidente della Provincia in quota Margherita. Nel settembre di quell’anno si era appena dimesso l’allora direttore generale e la giunta Renzi decise di nominare non un suo sostituto ma ben quattro direttori centrali riuniti in un collegio provinciale nonostante lo statuto prevedesse una figura unica. I quattro, anche loro condannati mercoledì, sono gli ex dirigenti della Provincia Lucia Bartoli, Lucia Ulivieri, Liuba Guidotti e Giacomo Parenti, oggi direttore generale del Comune di Firenze. Secondo la Procura fiorentina – che aveva richiesto l’archiviazione – il danno stimato era pari a 800mila euro, ma poi i giudici amministrativi hanno derubricato la somma a 125mila. Insieme a Renzi e ai quattro dirigenti (che dovranno risarcire somme dai 10 ai 37mila euro), la Corte dei Conti toscana ha anche condannato l’allora assessore al Bilancio, Tiziano Lepri.

Le nuove accuse – Mercoledì, insieme alla condanna dei giudici contabili, è emerso però un nuovo presunto danno erariale nato da un esposto del consigliere comunale di Sel, Tommaso Grassi, e su cui proprio Renzi sarà chiamato a difendersi nei prossimi mesi: l’assunzione di Agnoletti – suo storico portavoce e poi capo ufficio stampa del Pd – e di Cavini nel suo staff della comunicazione (articolo 90) da sindaco di Firenze, ma entrambi privi del titolo di laurea. Secondo l’accusa, in questo caso il danno erariale ammonterebbe a 69mila euro.

Non è la prima volta che l’ex premier finisce nei guai con i giudici contabili della Toscana: il 4 agosto 2011 e poi il 9 maggio 2012 la Corte dei Conti aveva condannato Renzi a pagare 14mila euro per l’assunzione di collaboratori senza laurea da Presidente della Provincia, tra cui quella del suo braccio destro Marco Carrai che aveva portato all’apertura dell’indagine. Poi nel 2015 l’ex premier era stato assolto in appello: “La Corte mi aveva condannato a pagare 14mila euro per un atto amministrativo della Provincia di Firenze. Oggi condivido una piccola soddisfazione: l’appello ha annullato la condanna e la verità viene finalmente ristabilita” aveva esultato Renzi su twitter. Peccato, però, che i giudici nella motivazione della sentenza di appello scrissero che l’allora presidente della Provincia andava assolto in quanto il danno non era percepibile da un “non addetto ai lavori”. Che, tradotto, vuol dire: Renzi fu assolto perché non in grado di percepire le illegittimità del proprio operato. Non solo: una settimana dopo la sentenza di assoluzione, il giudice che l’aveva firmata – il 45 enne napoletano Martino Colella – fu promosso proprio dal governo Renzi a Procuratore Generale della Corte dei Conti.

La difesa: “Finirà tutto in un nulla di fatto” – Se l’ex presidente del Consiglio preferisce non commentare la condanna di mercoledì e le nuove accuse, a replicare è il suo storico avvocato Alberto Bianchi che ha già annunciato ricorso in appello per i 15mila euro e ha definito “inspiegabile” la nuova indagine aperta sul caso dei due collaboratori: “Già in passato è stato stabilito che non c’è bisogno di laurea per lavorare nello staff del sindaco – ha spiegato – e come già avvenuto in altri casi, in primo grado c’è una grancassa mediatica per poi ignorare l’assoluzione o l’archiviazione”.

Twitter: @salvini_giacomo

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