Rispunta dal cilindro del governo gialloverde l’aiutino ai fondi sanitari integrativi sotto forma di sgravio fiscale ma senza l’approvazione del ministro della Salute Giulia Grillo. È bastato reintrodurre l’aggettivo “assistenziale”, soppresso due anni fa con il Codice del Terzo settore del 2017 dal comma 3 dell’articolo 148 del Testo unico delle imposte sui redditi del 1986, nella lista delle tipologie di associazioni che non vanno considerate di natura commerciale (quelle religiose, politiche, sindacali e di categoria, culturali e sportive). L’operazione è contenuta nell’articolo 14 del decreto Crescita, approvato alla Camera e in discussione al Senato in vista del voto finale entro giovedì (forse con la fiducia, come a Monetecitorio). Una decisione in materia fiscale che impatta sul Servizio sanitario nazionale ma che è stata presa direttamente dagli uffici del ministero dell’Economia e delle Finanze. La titolare del ministero della Salute, Giulia Grillo, chiarisce infatti “di non essere mai stata consultata prima”. “Si tratta comunque di una misura correttiva – spiega Grillo a ilFattoquotidiano.it – che risponde a un vuoto normativo sul Codice del Terzo settore”.

Il documento tecnico che accompagna il testo del decreto legge, disponibile sul sito web della Camera, spiega per l’appunto che la decorrenza della modifica contenuta nel Codice del Terzo Settore del 2017 “è stata posticipata all’entrata in funzione del nuovo Registro degli enti del Terzo settore”. Non esistendo ancora tale Registro, la modifica non può entrare in vigore. E intanto le casse dello Stato ci rimettono. Tenendo conto anche degli incentivi fiscali di cui godono gli iscritti ai fondi, quasi 11 milioni di cittadini, secondo un calcolo della Fondazione Gimbe, basato sui dati dell’Agenzia delle entrate e della Corte dei conti, solo nel 2017 il Fisco ha perso quatto miliardi di euro. Più precisamente: 3,8 miliardi è l’importo relativo alle deduzioni per singoli cittadini e datori di lavoro; 311 milioni corrispondono invece al mancato gettito fiscale per i premi di risultato previsti dal welfare aziendale.

La ministra Grillo si è sempre dichiarata “totalmente contraria a secondi e terzi pilastri che indeboliscono la sanità pubblica e che in qualche modo erodono la fiscalità generale che va a contribuire al Servizio sanitario nazionale”. E nel primo provvedimento utile intende risolvere le criticità sui fondi integrativi sanitari. “Innanzitutto occorre distinguere quelli profit da quelli no-profit e sulla base della loro diversa natura e dal tipo di prestazioni erogate studiare un regime fiscale diverso – aggiunge Grillo a ilfatto.it – In secondo luogo, vanno resi veramente integrativi e non sostitutivi delle cure già garantite dalla sanità pubblica altrimenti i cittadini pagano due volte. Sarà nostro impegno quindi vincolare l’assistenza integrativa fornita dai fondi a una quota di risorse più alta del 20 per cento richiesto oggi, e allargarla ad altri servizi come quello psicologico, oltre a quello odontoiatrico e della non autosufficienza”.

Chi trae più vantaggio da questi benefici fiscali sono le compagnie assicurative, cioè enti che fanno attività commerciale e che in questo modo possono aumentare i loro profitti. Infatti, stima la Fondazione Gimbe (citando l’ottavo rapporto Rbm-Censis), dei 322 fondi integrativi iscritti all’anagrafe l’85 per cento è riassicurato e in alcuni casi anche gestito da un’impresa di assicurazione. “Come organizzazione indipendente impegnata da anni nella tutela di un servizio sanitario pubblico, equo e universalistico –  dichiara il presidente Gimbe Nino Cartabellotta – abbiamo il dovere morale di informare politica, sindacati, professionisti sanitari, lavoratori e cittadini che, a legislazione vigente, fondi sanitari integrativi e welfare aziendale costituiscono un sofisticato strumento di privatizzazione che erode sempre più risorse alla finanza pubblica, le redistribuisce in maniera iniqua, aumenta la spesa sanitaria totale senza ridurre quella delle famiglie” e attraverso l’offerta di pacchetti per la prevenzione e la buona salute confezionati dalle assicurazioni “alimenta il consumismo sanitario aumentando i rischi per la salute delle persone legati a fenomeni di sovra-diagnosi e sovra-trattamento”.

A lanciare l’allarme è anche la Federazione degli ordini dei medici. “Oggi, in un momento di crisi economica duratura, con un servizio sanitario definanziato, con carenze importanti di personale, non ci si può permettere di utilizzare risorse pubbliche per servizi che non siano realmente essenziali e anzi siano potenzialmente forieri di disuguaglianze tra la popolazione  – ammonisce il presidente Fnomceo Filippo Anelli -. Invitiamo il Governo e il Parlamento a riesaminare la questione, valutando l’appropriatezza delle prestazioni erogate e riconvertendo quelle risorse a favore del Servizio sanitario nazionale, adeguando i contratti di lavoro e aumentando il numero di medici e personale sanitario, la cui carenza oggi è la causa principale delle lunghe liste di attesa”.

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