di Roberto Iannuzzi*

A partire dal 9 giugno scorso, centinaia di migliaia di cittadini di Hong Kong sono scesi in piazza per manifestare contro un disegno di legge che permetterebbe l’estradizione dei sospetti criminali dalla città verso la Cina continentale. Ciò che i dimostranti temono è che la legge consenta al governo cinese di far estradare anche i numerosi dissidenti politici residenti nella città. Dopo un avvio pacifico, le proteste sono sfociate anche in episodi di violenza a cui la polizia ha risposto con lacrimogeni, idranti e proiettili di gomma.

La repressione e l’iniziale determinazione delle autorità cittadine a proseguire l’iter di approvazione della legge hanno suscitato la reazione dell’Occidente, e in particolare degli Stati Uniti, dove la speaker della Camera dei rappresentanti Nancy Pelosi ha ventilato la possibilità che il Congresso riconsideri lo status speciale di cui gode Hong Kong a livello economico internazionale. A sua volta Pechino ha risposto con durezza chiedendo a Washington di smettere di interferire negli affari interni cinesi, in un clima già esacerbato dalla guerra commerciale lanciata dal presidente americano Donald Trump e dal bando imposto al gigante cinese delle telecomunicazioni Huawei.

Il perno attorno a cui ruota l’annosa questione di Hong Kong è costituito dalla formula “un Paese, due sistemi”, inaugurata quando la città passò sotto la sovranità cinese nel 1997 dopo un secolo di dominio coloniale britannico. In base all’accordo stipulato fra Londra e Pechino, Hong Kong avrebbe mantenuto le sue leggi e la sua autonomia dal governo cinese fino al 2047, cioè per un periodo di 50 anni al termine del quale i due modelli distinti si sarebbero fusi in un sistema unitario.

La legge sull’estradizione, secondo i suoi critici, intaccherebbe significativamente questa distinzione ben prima della fine del periodo stabilito. Ma il processo di erosione della formula “un Paese, due sistemi” è in realtà iniziato da diversi anni, suscitando proteste di massa nella città già nel 2003 e nel 2014. Un altro episodio emblematico si ebbe il 5 ottobre 2018, allorché venne negato il visto a un giornalista del Financial Times, apparentemente per aver moderato una discussione a cui aveva preso parte l’esponente indipendentista Andy Chan. Alcuni giorni dopo, l’edizione di Hong Kong del giornale governativo China Daily mise in chiaro che nessuno nella città, giornalisti stranieri inclusi, avrebbe dovuto violare la “linea rossa” tracciata dal presidente cinese Xi Jinping durante la sua visita dell’anno precedente. In quell’occasione il presidente Xi aveva pronunciato le seguenti parole: “Qualsiasi tentativo di mettere in pericolo la sovranità e la sicurezza della Cina, di sfidare il potere del governo centrale o di usare Hong Kong per compiere attività di infiltrazione e sabotaggio contro la madrepatria è un atto che oltrepassa la linea rossa ed è assolutamente inammissibile”.

Questa frase esemplifica bene le paure di Pechino nei confronti di Hong Kong, per certi versi speculari a quelle degli abitanti della città. Se questi ultimi temono di perdere le loro libertà sotto il sistema autoritario cinese, il governo centrale teme che Hong Kong possa diventare uno strumento di sovversione della Cina.

Per comprendere meglio la posizione di Pechino è necessario ricordare il ruolo che Gran Bretagna e Stati Uniti hanno giocato nell’ex colonia britannica prima e dopo il 1997, anno di passaggio della sovranità alla Cina.

Hong Kong è stata storicamente un avamposto dell’intelligence di Londra e Washington per operazioni nel continente asiatico. Durante la guerra del Vietnam, un distaccamento dell’inglese Gchq operava nella città in collaborazione con gli americani, in particolare per monitorare la difesa aerea nord-vietnamita. Nel 1989, dopo i fatti di piazza Tienanmen, agenti della Cia e del britannico Mi6 organizzarono la fuga di numerosi leader della protesta studentesca da Pechino a Hong Kong, e poi in Occidente, nella cosiddetta operazione “Yellow bird”. Come rivelarono numerosi dispacci di Wikileaks, per anni il consolato statunitense di Hong Kong ebbe contatti con oppositori locali del governo cinese.

In anni più recenti, il National Endowment for Democracy (Ned), un organismo direttamente finanziato dal Congresso, e il National Democratic Institute (Ndi), organizzazione ad esso affiliata, hanno operato apertamente nella città a sostegno degli attivisti e dei movimenti filodemocratici. Sia il Ned che il Ndi hanno giocato un ruolo importante nell’incoraggiare le proteste del 2014, portate avanti dal movimento Occupy Central e anche note come “la rivoluzione degli ombrelli”.

Si comprende dunque perché Pechino accusi Washington di ingerirsi negli affari di Hong Kong e di usare la città come base per sovvertire il sistema di governo cinese. Sebbene il Consiglio legislativo cittadino abbia deciso di rinviare a data da destinarsi la discussione del testo di legge, la crisi di questi giorni rischia di aprire una frattura ancora più grave fra Usa e Cina. Hong Kong potrebbe diventare la prossima vittima dello scontro fra le due superpotenze, ormai in atto a livello economico, tecnologico e geopolitico.

* Analista di politica internazionale, autore del libro “Se Washington perde il controllo. Crisi dell’unipolarismo americano in Medio Oriente e nel mondo” (2017).
@riannuzziGPC

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