di Roberto Iannuzzi*

Il duello fra Washington e Pechino sembra andare verso un’escalation non solo commerciale, ma anche tecnologica e strategica. Dopo il botta e risposta sui dazi, l’amministrazione di Donald Trump ha inserito il gigante cinese delle telecomunicazioni Huawei nella lista dei soggetti a cui le compagnie americane non possono vendere tecnologia senza una licenza ufficiale del governo (di fatto un bando assoluto, perché questo tipo di licenza solitamente viene negato). L’annuncio, se sarà definitivamente confermato, rappresenterà un colpo durissimo per Huawei, innalzando ulteriormente il livello dello scontro.

Degli oltre 90 fornitori principali di Huawei ben 33 sono americani, e producono elementi essenziali per la rete 5G del colosso cinese, la cui implementazione subirebbe inconvenienti e ritardi. Per i suoi cellulari Huawei si affida al sistema operativo Android di Google e acquista i microchip Qualcomm e Broadcom. Per produrre in proprio tutto ciò la società cinese avrà bisogno di tempo e denaro, e potrebbe anche non riuscirci affatto.

Ma la portata dell’ordine esecutivo emanato dall’amministrazione Trump potenzialmente va al di là di Huawei. Quello che alcuni hanno definito un “atto di guerra tecnologica” va a colpire al cuore la struttura attuale della globalizzazione. Esso tenta di imporre sulle catene di fornitura globali nel settore tecnologico una supremazia statunitense non dissimile dall’egemonia che Washington esercita sui circuiti finanziari mondiali grazie allo status di valuta di riserva internazionale di cui gode il dollaro, che permette alle sanzioni unilaterali americane di “segregare” intere economie come quella iraniana.

Ma così come l’abuso dello strumento sanzionatorio da parte statunitense sta spingendo Cina, Russia e altre potenze emergenti a creare circuiti finanziari alternativi al dollaro (con la prospettiva sul lungo periodo di spezzettare il sistema finanziario globale in aree di influenza monetaria separate dal biglietto verde), allo stesso modo il tentativo di imporre un’autorità egemonica sulle catene di fornitura globali è destinato a decretarne la frammentazione, con la conseguente nascita di catene più regionalizzate.

Le infrastrutture alla base dell’economia globalizzata si consolidarono negli anni 90 del secolo scorso all’ombra dell’incontrastato dominio unipolare americano seguito al crollo dell’Unione Sovietica. L’emergere di catene di fornitura globali aveva come unico obiettivo massimizzare l’efficienza economica, in base alla persuasione che il commercio non sarebbe più stato soggetto ai rischi della competizione fra grandi potenze (il politologo Francis Fukuyama aveva perfino teorizzato che il mondo globalizzato a guida americana rappresentava “la fine della storia”). I sistemi economici nazionali, in precedenza separati gli uni dagli altri, divennero perciò profondamente interconnessi e dipendenti da reti commerciali, finanziarie e di informazione transnazionali.

In questo contesto spicca il rapporto di mutua dipendenza instauratosi fra Usa e Cina già a partire dagli anni 70. A quell’epoca Washington aveva ritenuto utile integrare Pechino nella nascente struttura della globalizzazione neoliberista, anche per isolare ulteriormente l’avversario sovietico. Il gigante cinese, allora estremamente arretrato, cominciò a fornire prodotti a basso costo ai consumatori statunitensi, mentre la domanda americana alimentava la crescita cinese basata sulle esportazioni.

Il rapporto fra Washington e Pechino si è però incrinato definitivamente all’indomani della crisi del 2008, allorché i cinesi, principali detentori dell’enorme debito americano, iniziarono a considerare il rapporto di interdipendenza economica con gli Usa non come un vantaggio, ma come un rischio da gestire e contenere. Pechino inoltre si rese conto che il nuovo panorama di stagnazione mondiale rendeva insostenibile il proprio modello di sviluppo basato sulle esportazioni, richiedendo una transizione verso un modello incentrato sui servizi e i consumi interni.

Nel frattempo, le catene di fornitura globalizzate dell’economia mondiale hanno creato inedite vulnerabilità strategiche, la cui rilevanza ha cominciato a emergere nel momento in cui la sempre più marcata crisi di leadership statunitense e l’ascesa di paesi come la Cina hanno riportato in auge il paradigma prima dimenticato della competizione fra grandi potenze.

Le catene di fornitura sono infatti reti di produzione i cui punti nodali sono potenzialmente soggetti al controllo di alcuni paesi piuttosto che di altri. Se un paese decide di “bloccare” i nodi sotto il proprio controllo, di fatto può paralizzare l’intera rete o una sua parte consistente, impedendo ad altri di fruirne. E’ proprio quello che sta avvenendo fra Usa e Cina nel “caso Huawei”. Se però lo scontro dovesse prolungarsi, porterà inevitabilmente alla nascita di catene di fornitura alternative e a una progressiva frammentazione della globalizzazione, secondo un processo doloroso che comporterà gravi perdite non solo per Washington e Pechino, ma per l’intera economia mondiale.

Se il “decoupling” – ovvero il divorzio – fra le economie di Cina e Usa dovesse realmente verificarsi, non riporterà però indietro l’orologio della storia. Infatti, se negli anni 90 gli Usa e l’area transatlantica rappresentavano il centro del commercio mondiale, oggi il mondo degli scambi commerciali è divenuto tripolare. Il polo asiatico – incentrato sulla Cina – ormai costituisce un sistema regionale di scambi al pari di Europa e Nord America, una realtà con cui gli Usa continueranno a dover fare i conti.

* Analista di politica internazionale, autore del libro “Se Washington perde il controllo. Crisi dell’unipolarismo americano in Medio Oriente e nel mondo” (2017)

@riannuzziGPC