di Paola Scalari*

Quando un bambino viene al mondo ha bisogno di trovare un ambiente rassicurante, caldo e affettuoso che lo aiuti a non avere paura della vita. Eppure le cronache ci parlano di neonati morti assiderati, di bimbi seviziati, di ragazzini usati sessualmente, di ragazzine abusate e uccise. E tutto questo nell’ambiente parentale e amicale, poiché l’Uomo Nero sta molto spesso lì. I maltrattanti e abusanti sono il padre, la madre, il vicino di casa, il nonno. Non cerchiamo dunque troppo lontano: il maltrattamento nasce e dimora nella rete personale del bambino.

È alla famiglia che crea disagio che dobbiamo allora guardare. Sono i genitori che dobbiamo aiutare. Sia perché spesso sono loro a maltrattare in prima persona i propri figli, sia perché non sanno come alleviare il loro dolore se vengono maltrattati, abusati, bullizzati fuori casa. E la svogliatezza a scuola, il carattere indomabile, il ritiro tenebroso diventano segnali di questo maltrattamento. Sono però denunce che troppo spesso gli adulti non osservano. E nei bambini inizia da questo stato abbandonico il desiderio di morire, non esistere, sparire. Morire per loro equivale alla possibilità che il dolore recato li renda visibili. I ragazzini, con l’animo gonfio di rabbia e spavento, vogliono andarsene da questo terrificante mondo che li ha delusi e lasciati soli. Morire è il loro modo di denunciare l’ingiustizia subita.

E allora si autodistruggono con droghe o con digiuni che rendono scheletrici i loro corpi. Si tagliano le braccia e le gambe affinché il dolore fisico allievi quello delle loro anime travagliate. Si comportano in modo spericolato poiché giocare con la morte è l’unico modo che conoscono per andare incontro all’annientamento del Sé. Ne parla a lungo e ci aiuta a capire le diverse sfumature di questa omertà istituzionale, familiare, sociale un libro uscito proprio in questi giorni: Vedo, Ascolto, parlo e… ti aiuto (edizioni la meridiana). Il suicidio è una delle prime cause di morte tra i ragazzini. Dietro ci sono sempre storie di solitudine.

È successo anche a Noa, la ragazza balzata alle cronache non tanto perché ha deciso di morire quanto perché un fraintendimento comunicativo l’ha resa interessante. È infatti il fatto che fosse morta per eutanasia che l’ha resa popolare e non che ella sia annoverabile tra le vittime di abuso sessuale e di un mondo adulto che non ha saputo proteggerla. Diversamente, se non ci fosse stata di mezzo la controversia sull’eutanasia, il suo desiderio di sparire dal mondo, perché impossibile da vivere in quanto troppo doloroso, non sarebbe interessato molto.

Anche quello di Noa sarebbe stato infatti annoverato tra i tanti casi di ragazzini che non ce la fanno ad affrontare l’esistenza poiché quella trascuratezza iniziale li ha resi non resilienti agli urti esistenziali. Anche Noa infatti lo denuncia in quanto incapace, impaurita, vergognosa nel confidare gli abusi che aveva subito ai suoi genitori. E poi invece di capirla, ascoltarla, starle accanto la si voleva ancora più annientare con l’elettroschock. Esso è il rimedio che porta al silenzio.

I bambini senza parola dunque sono bambini che si sentono già morti e finiscono per corteggiare la morte. Noa ha rinunciato al cibo, simbolo del nutrimento materno, del piacere di vivere, della gioia di godere dello scambio tra mondo esterno e interno. Noa, la bambina senza parole per sciogliere il suo dramma di abuso e di solitudine, ha chiuso la bocca. Molti adulti competenti invece pensano che i bambini vadano ascoltati. Vanno ascoltati quando con i loro comportamenti urlano che qualcosa non va. Vanno ascoltati quando facendosi del male denunciano la loro rabbia disperata. Vanno ascoltati quando subendo i maltrattamenti intra ed extrafamiliari vengono derubati dalla loro infanzia. Noa ci aveva provato tentando più volte il suicidio. Ma il suo dolore non ha trovato parole per essere sciolto.

*psicoterapeuta, psicosocioanalista Associazione Ariele.