Nel film Il padrino Vito Corleone si reca in lacrime da un fidato amico titolare delle onoranze funebri. Il figlio Sonny è stato crivellato di colpi durante un agguato. Chiede, tra i singhiozzi, di dare il meglio dell’arte sua affinché il corpo possa essere poi esposto. Colpire al viso un avversario e sfigurarlo per impedire che possa essere esposto con la bara aperta è proprio dei codici mafiosi. Si parla all’Altro, termine psicoanalitico che designa l’insieme di persone, regole, usanze, codici che formano il lessico di una società. Alla comunità mafiosa viene dato un messaggio preciso: chi ha in sorte di essere “sparato” in faccia non deve essere guardato. Gli episodi di deturpamento dei visi che oggi riempiono le cronache nazionali ricordano dunque più la logica del regolamento di conti malavitoso che non presunti amori finiti, o “delitti passionali” come buona parte della stampa ancora si ostina ottusamante a definirli. Nella stragrande maggioranza dei casi sono gli uomini che sfregiano le donne, dopo aver preso atto della fine di un rapporto o anche per un banale rifiuto.

Deturpare il viso di una donna, privandolo per sempre dei suoi tratti caratteristici, equivale per chi commette questa atrocità a rendere “inservibile” per altri ciò che si è sempre considerato poco più che un oggetto, un orpello col quale abbellirsi per poi distruggerlo quando non se ne può più reclamare la proprietà. Ciò attiene al senso del possesso, della cosa consumabile, ben lontano dalla logica amorosa. “Questo non può essere mio, non sarà nemmeno tuo” è il sottinteso fondante l’idea della donna come cosa, ben descritto nel film L’amore molesto. C’è qualcosa d’altro che va oltre la mera vendetta. C’è un marchio perenne inferto a un essere umano inteso come bene inalienabile, marchiato come si faceva per il bestiame per renderlo riconoscibile. La donna appare per costoro presa nel suo sembiante puramente fisico estetico, un puro corpo privo di interiorità è ciò che li ha attirati. Solitamente coloro che gettano l’acido in viso sono deturpatori seriali, capaci di passare da una vittima all’altra una volta consumata la violenza come fosse un cambio di abito.

Le cronache hanno riportato anche un caso, quello della signora Sara, che ha sfregiato l’ex fidanzato al culmine di un’ossessione persecutoria. Questo gesto criminale sembra ascriversi a una logica diversa ma egualmente criminale, come le sue parole hanno testimoniato. Costei, sentendo venir meno l’esclusività delle attenzioni, privata del rapporto ritenuto indissolubile perché come tale lei lo aveva classificato senza forse un appoggio sulla realtà, ha pensato bene di infliggere un taglio irreparabile al suddetto. Tu non mi hai dato posto, quel posto non sarà occupato da nessun’altra. Come lei stessa ha detto, l’ex partner doveva patire il male che lei aveva provato, confondendo in maniera eclatante un dolore derivato da un fallimento amoroso con il dolore fisico. Logiche diverse col medesimo risultato efferato.

Ciò su cui varrebbe la pena riflettere, in questo secondo caso, è la modalità con la quale i protagonisti di questa vicenda sono diventati parte dello spettacolo mediatico. L’intervista della giornalista della trasmissione Le Iene, fatta con spirito di denuncia e con l’intento di prevenire un passaggio all’atto violento, ha però catapultato i due protagonisti, vittima e carnefice, dentro una sorta di Truman Show, attori di una recita nella quale interagivano interfacciandosi con l’inviata. C’è un momento in cui la vittima dice di “girare il video della sua persecutrice per darlo all’inviata de Le Iene”. Una strada, questa della spettacolarizzazione, nella quale la fruibilità mediatica si sostituisce alla legge, in una spirale nella quale tutto pare obbedire a canoni tipici di un canovaccio televisivo.

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