Diego Armando Maradona merita la mano di un premio Oscar per farsi raccontare. Così accade il britannico Asif Kapadia, premiato dall’Academy per lo struggente documentario Amy (2015) e acclamato per l’ancora precedente Senna (2010), decide di puntare lo sguardo sull’ex Pibe de Oro a compimento di una trilogia su personaggi bigger than life, la cui parabola resiste nel tempo al di là del bene e del male. Dei tre naturalmente l’ex calciatore è l’unico ancora vivente, ma il costo che il genio del calcio ha dovuto pagare per sopravvivere a se stesso e al mondo prima adorante e poi ostile fu altissimo, e tale è il cuore di questo film  lungo e denso di 130’. Al centro è risiede un’idea di fondo: Diego è una persona e Maradona un personaggio.  I due spesso si sono contrastati, hanno lottato ferocemente l’uno contro l’altro sortendo un individuo-ossimoro di per sé, una contraddizione in termini dal doppio volto di semidio onnipotente e ragazzo fragile.

Posto fuori concorso a Cannes, il documentario Diego Maradona doveva essere accompagnato sulla Croisette dallo stesso protagonista che invece, causa un intervento chirurgico alla spalla (così dicono i ben informati…) non ha potuto lasciare la sua attuale residenza a Dubai. Un vero peccato perché la statura mediatica di Maradona è tuttora tale da attirare a sé ogni attenzione: la prova arrivò nel 2008 quando Diego accompagnò a Cannes il documentario dedicatogli da Emir Kusturica. Fu il delirio, con vero tifo da stadio.

Chissà se oggi riceverebbe la medesima accoglienza, di oltre 10 anni più vecchio, con più esperienza, forse un pizzico di maturità in più. Una vita fuori da ogni schema la sua, che ha ridefinito il binomio genio & sregolatezza nello sport, e che oggi nel calcio 2.0 sarebbe impossibile riproporre. Come a dire che di “divinità” benedette e maledette come lui non ce ne saranno mai più nel calcio. Forse per questo El Pibe ci appare nel doc di Kapabia già come un momento di un passato della storia d’Occidente legato a una leggenda intramontabile che ha visto al centro soprattutto la città di Napoli.

Gli anni napoletani sono infatti il nucleo narrativo del film perché intesi quali metonimia della stessa vita di Maradona. Chiunque è al corrente di cosa significò l’arrivo di quello “scugnizzo” argentino nella metropoli partenopea e il documentario certamente non ci rivela nulla di nuovo, tuttavia è interessante comprendere la riflessione a posteriori compiuta nel film di quel “amore totale” rappresentato da Diego Maradona & i napoletani. Quella cronaca di un matrimonio seguita da cronaca di un divorzio restano sintomo e simbolo di storie simili, miti e leggende assolute con un hic et nunc preciso e irripetibile, seducenti e tragiche insieme.

Valorizzato da parecchio materiale d’archivio inedito (la produzione ha trovato almeno 500 ore di girati privati su Maradona, scegliendo alla fine i più pertinenti), il film procede dall’infanzia del calciatore nella miseria di Villa Fiorito fino agli apici dei trionfi sia nei Mondiali dell’86 che nel memorabile primo scudetto del Napoli nell’87, per chiudersi sulla deriva umana di Diego e mediatica di Maradona che tutti conosciamo. La voce del “mito” accompagna fuori campo a tratti il racconto di Kapadia, e si sente quanta fatica e sofferenza egli abbia attraversato. Certamente il cineasta avrebbe potuto andare oltre, penetrare con maggior energia l’inesauribile fonte di contraddizione rappresentata da questo protagonista, e tuttavia la sua scelta narrativa alquanto “distante” si motiva da testimonianza non- giudicante di un simbolo, di una leggenda, che gioco-forza compromise la salute psico-fisica del corpo e della mente di Diego Armando Maradona. L’unico campione nella storia il cui sangue è stato portato in una cattedrale (San Gennaro, a Napoli) accanto al santo protettore. Il film sarà visibile in Italia al prossimo Biografilm Festival di giugno a Bologna per poi uscire nelle sale in autunno.

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