Alla vigilia dell’apertura del Salone del libro, la procura di Torino ha aperto un fascicolo di indagine su Francesco Polacchi, coordinatore di Casapound in Lombardia e fondatore della casa editrice Altaforte, la cui presenza alla fiera dell’editoria ha suscitato polemiche e un dibattito molto acceso. L’inchiesta è stata avviata dopo la presentazione di un esposto curato dagli avvocati del Comune di Torino e della Regione Piemonte per denunciare le dichiarazioni di Polacchi sul fascismo (“Sono fascista e Mussolini è un grande statista italiano”, aveva detto), e sull’antifascismo, da lui ritenuto “il male di questo Paese“. La Regione Piemonte e la Città di Torino,  che tramite alcuni loro enti organizzano il Salone, hanno chiesto alla procura di valutare se sussistano i presupposti per rilevare il reato di apologia di fascismo (legge Scelba 645 del 1952) e la violazione della legge Mancino che punisce chi “pubblicamente  esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche”.

Comune e Regione, soci fondatori del Salone, hanno anche chiesto alla associazione Torino, la città del libro, al Circolo dei lettori e al Comitato di indirizzo del Salone del libro che organizzano la manifestazione di rescindere il contratto con la casa editrice.”Questo alla luce della situazione che si è venuta a creare – scrivono in un comunicato congiunto il presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino e la sindaca di Torino Chiara Appendino – che rende impossibile lo svolgimento della prevista lezione agli studenti di Halina Birenbaum, sopravvissuta ai campi di concentramento nazisti, e alla forti criticità e preoccupazioni espresse dagli espositori in relazione alla presenza e al posizionamento dello stand di AltaForte. E’ necessario tutelare il Salone del libro, la sua immagine, la sua impronta democratica e il sereno svolgimento di una manifestazione seguita da molte decine di migliaia di persone”.

“Si tratta di una decisione politica, una scelta di campo”, ha commentato Chiamparino. “Bisognava scegliere se lasciare fuori dal Lingotto Halina Birenbaum, testimone dell’Olocausto e stare dentro con chi nega la sua esistenza, un’opzione inaccettabile per la storia democratica di Torino, del Piemonte e dell’Italia”, ha aggiunto il presidente del Piemonte.

La decisione di chiedere la rescissione del contratto, a quanto si è appreso è giunta al termine di una lunga riunione svoltasi oggi in Regione alla quale hanno partecipato oltre a Chiamparino, la sindaca Appendino e gli organizzatori della kermesse per trovare una mediazione che consentisse ad Halina Birenbaum di tenere la sua lezione. Nell’impossibilità di trovare una soluzione, si sarebbe deciso di procedere con la richiesta di rescindere il contratto per ragioni politiche. Successivamente a quanto si apprende ancora della decisione sono stati informati il prefetto di Torino, Claudio Palomba, e il questore Giuseppe De Matteis.

Martedì il Museo di Auschwitz-Birkenau aveva scritto una lettera al consiglio comunale del capoluogo piemontese: “Consideriamo la nostra presenza incompatibile con quella di un editore neofascista che diffonde apertamente una cultura revisionista“, recita la missiva, che annunciava l’intenzione dell’istituzione di non inviare al Salone la propria delegazione, che includeva la Birenbaum.

“Se ci sarà una rescissione del contratto faremo causa con i migliori avvocati civilisti d’Italia”, ha replicato Polacchi. “Non abbiamo ricevuto ancora nessun tipo di comunicazione ufficiale di rescissione – ha aggiunto l’esponente di Casapound – Lo ho appreso dai media, ma nel caso adiremo le vie legali. Siamo stati disposti a qualsiasi dialogo e confronto, sarà irrevocabile una nostra querela”.