Ho frequentato il Salone del Libro per tre edizioni consecutive, dal 2013 al 2015. E mi pare di capire che le cose, in quattro anni, siano cambiate radicalmente. Leggo, ora, che è “infestato dai fascisti”. Non me ne sono accorto: o c’è stato un colpo di mano in seno alla macchina che muove la fiera, oppure il Paese è sull’orlo di una guerra civile.

A parte tutto, lo dico chiaramente: questo weekend Torino non sarà invasa dai fascisti (se non qualche simpatizzante in più che varcherà i cancelli del Lingotto proprio grazie alla querelle di questi giorni). E no: nessuno si è messo a bruciare libri in piazza e a bandire cultura e valori democratici. Pensate, poi, che se nessuno avesse alzato il dito per dire che un libro-intervista di Matteo Salvini era stato pubblicato da una casa editrice vicina a Casapound, in questo momento ci staremmo titillando col sommo, labirintico rebus: ma al Salone ci sarà più o meno gente dell’anno scorso?

Salvini. Salvini che strizza l’occhio all’estrema destra, senza dubbio. Salvini che è fascista? Non lo so. Ma certamente, come ho scritto qui, non lo è la maggior parte del suo elettorato. Se il problema è lui, alzo le mani e mi dichiaro colpevole: amo Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline e Fame di Knut Hamsun. Nazista e antisemita il primo, nazionalsocialista il secondo. Al bando, per coerenza, Corbaccio e Adelphi, che mi hanno permesso di leggerli.

C’è, è vero, un tizio, fascista, sodale di un partito neofascista, che non ha mai ricevuto tanta pubblicità gratuita come in questi giorni. E che, proprio ora, sta godendo. Cosa si poteva fare, una volta individuato? Un mucchio di cose, probabilmente: regalargli la Costituzione o le Lettere dal carcere di Antonio Gramsci; cantargli in faccia a squarciagola Bella ciao tra i corridoi del Salone; oppure ricordargli in Sala Gialla, al suo minuscolo – e immagino grigio – stand, o dove più vi aggrada, che può dire ciò che dice proprio grazie alla Resistenza e a quel processo che ha portato alla costruzione della nostra carta fondamentale; o ancora, care scrittrici e cari scrittori che avete detto no al Salone del Libro perché “infestato da fascisti”, potevate andare e spiegare perché quell’ideologia fa schifo. Si potevano fare tante cose. Certamente, la più sbagliata di tutte era dire: “Io sono antifascista, perciò non vado”. Anche perché, allora, non si capisce come mai per anni nessuno abbia fiatato per la presenza di Edizioni di Ar di Franco Freda: fascista, ex terrorista, condannato a 15 anni per associazione sovversiva e a sei anni per istigazione all’odio razziale.

Se il problema è il signore che pubblica i libri su Ventennio e Mussolini, sto col Comitato di indirizzo del Salone: c’è l’articolo 21 della Costituzione, che per fortuna o purtroppo sancisce la libertà di pensiero e di parola. Ci sono anche la legge Scelba, la legge Mancino e la XII disposizione della Costituzione, mi direte. Benissimo. Però esiste anche la magistratura (dopo la denuncia di Chiara Appendino e Sergio Chiamparino, l’editore di Altaforte è indagato per apologia di fascismo) che giudica “chi persegue finalità antidemocratiche”. Prima di quel punto, il dissenso più costruttivo sarà la cultura.

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