“Se CasaPound mette un picchetto nel mio quartiere che faccio, me ne vado dal quartiere?” scrive Michela Murgia il 6 maggio rispetto alla presenza dell’editore Francesco Polacchi di AltaForte al Salone del libro di Torino. Infatti Polacchi è quello che ha dichiarato “Sono un militante di Casapound, anzi il Coordinatore regionale della Lombardia (…) Non posso dire che sono fascista? E invece sì, sia teoricamente, sia tecnicamente”.

E così Michela chiede ai lettori e alle lettrici che andranno a sentirla “sabato 11 all’Arena Bookstok alle 18:30 di venire con un libro che per loro incarni e rappresenti i valori della democrazia, dell’umanità e della convivenza offesi dal fascismo e dal nazismo”.

Anche Evelina Santangelo ci sarà perché viene “da una terra, la Sicilia, e da una storia, la lotta alla mafia, in cui le lotte si fanno sul campo non a casa propria”. Perché la sua “assenza, come quella di ogni ospite che rinuncia, crea un vuoto” e non ha senso “lasciare vuoti di pensiero democratico e antifascista”.

Anche Christian Raimo ci sarà. Si è dimesso, non è più consulente del Salone perché non vuole “la presenza di editori dichiaratamente fascisti o vicini al fascismo”. Ci andrà “da autore, lettore e cittadino” perché “il programma che Nicola Lagioia e il comitato editoriale ha messo su per quest’anno è straordinario, anche da un punto di vista della qualità del dibattito intorno alla politica e alla democrazia”. Ci andrà “per parlare, discutere, ascoltare, e contestare”.

Anche Roberto Saviano ci sarà perché dice “sono abituato a mettere il mio corpo a difesa delle mie parole, perché con l’esperienza ho capito che le parole, insieme al corpo, vanno più lontano”.

Poi ci sono gli artisti, gli studiosi, i giornalisti che non andranno. Zerocalcare, per esempio. Michele è “molto dispiaciuto”, ma non ce la fa “a rimanere tre giorni seduto a pochi metri dai sodali di chi ha accoltellato i miei fratelli, incrociarli ogni volta che vado a pisciare facendo finta che sia tutto normale”. È “contento anche che altri che andranno proveranno coi mezzi loro a non normalizzare quella presenza”, ma “oggettivamente ‘sta roba prima non sarebbe mai successa. Qua ogni settimana spostiamo un po’ l’asticella del baratro”.

Anche Carlo Ginzburg annulla la sua partecipazione dicendo che “è una scelta politica, che non ha nulla a che fare con la sfera della legalità”. E i Wu Ming aggiungono che “ci si nasconde dietro il “legale” per non assumersi una responsabilità politica e morale. Per rigettare il fascismo non serve un timbro della questura”.

E infatti nemmeno i Wu Ming andranno. Esprimono la loro solidarietà a Raimo, ma non hanno “intenzione di condividere alcuno spazio o cornice coi fascisti. Mai accanto ai fascisti”.

Invece chi rischia di non andare è proprio l’editore AltaForte. Infatti Il presidente della Regione Sergio Chiamparino e la sindaca di Torino Chiara Appendino hanno dato mandato di denunciare Francesco Polacchi, l’editore della casa editrice vicina a CasaPound, per apologia di fascismo.

E nemmeno il ministro Matteo Salvini ci sarà. Il suo libro intervista è stato pubblicato proprio dall’editore denunciato per apologia di fascismo, reato che sanziona chi “pubblicamente esalti esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo”. Ma il Capitano non s’è tirato indietro all’ultimo minuto. Lui non era previsto. E forse lo spazio messo a disposizione per loro resterà vuoto. Ma come andrà a finire questa faccenda legale, che non è un dettaglio, lo sapremo più avanti.

La questione che mi preme risolvere è un’altra. Io sono stato invitato a partecipare ad almeno quattro iniziative. Cosa farò?

Io andrò al Salone di Torino.

Condivido più o meno le posizioni di Murgia e Raimo, Saviano e Santangelo perché “le lotte si fanno sul campo, non a casa propria”.

E capisco gli artisti che non andranno perché non è solo una questione di legalità. Perché è fondamentale opporsi quotidianamente e ovunque (non in particolare al Lingotto) in maniera intransigente a una pratica sporca che mescola rigurgiti fascisti e nuovi razzismi mascherati con sorrisetti paternalisti, con un vomitevole finto buonsenso che giustifica qualsiasi porcata. E trovarcisi accanto, come dice Michele, ogni volta che vai “a pisciare facendo finta che sia tutto normale” è insopportabile.

Ma io andrò a Torino soprattutto per una questione personale.

Io sono un artista, faccio teatro da oltre vent’anni, scrivo. Non dico di essere bravo, ma rivendico il fatto che questo è il mio mestiere. In quel posto non sono un intruso. Ho pubblicato una quindicina di libri. Ho fatto migliaia di repliche in centinaia di città. L’ho fatto per i lettori che hanno letto le mie storie, per gli spettatori che mi sono venuti a sentire.

Non ho mai fatto e non faccio campagna elettorale per nessuno, tantomeno sostengo organizzazioni di destra che, nel migliore dei casi, minimizzano circa i crimini del fascismo. Ma in una manifestazione che non ha bandiere di partito vado senza esitare. Rispetto al mio lavoro non faccio un passo indietro davanti a nessuno. Lavoro in un paese democratico che ha tanti problemi, ma è antifascista. Se c’è un fascista in un festival di letteratura o di teatro non sono io quello che deve restarsene a casa.

Non sono io l’intruso.

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