Un primo maggio di protesta, con la musica a fare da collante. “Dal 1965 cambiano gli attori ma restano i tumori“: è lo striscione che campeggia sotto il palco del concertone di Taranto, ormai da sei anni il luogo che fa da megafono a idee, riflessioni e battaglie sociali. “Protesta, ma anche proposta e sfogo, perché siamo arrabbiati”, ha spiegato al Fatto Quotidiano Michele Riondino, direttore artistico del concerto insieme a Roy Paci e Antonio Diodato. In apertura l’attore tarantino ha invitato la cittadinanza ad abbandonare le piazze virtuali, a lasciare i social, per partecipare attivamente alla battaglia di Taranto per la difesa della vita, della salute e dell’ambiente: “Chi affolla le piazze del web dovrebbe affollare le piazze reali, perché altrimenti non ha nessun senso dire che vogliamo l’Ilva chiusa e una città che punta su un altro tipo di economia. Bisogna diventare rivoluzionari tutti i giorni”.

Chi pensa di averci in pugno sappia che i pugni abbiamo appena cominciato a stringerli” è il titolo di questa edizione (il Fatto Quotidiano è media partner dell’evento – segui la diretta), organizzata dal Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti al palco del Parco Archeologico delle Mura Greche. C’è appunto la musica a fare da trait d’union nel corso della lunga giornata condotta dalla giornalista Valentina Petrini con Valentina Correani e Andrea Rivera (leggi qui la scaletta).

La battaglia per il clima con i giovani: “Ci stanno togliendo la felicità”
Con Riondino sono saliti sul palco i ragazzi dell’assemblea “4 maggio” per ricordare il corteo nazionale ambientalista di sabato. A parlare uno dei promotori, Giordano Guarini, che ha invitato al corteo i movimenti in lotta per la difesa dei territori, alcuni presenti per portare la loro testimonianza durante il concerto, come i No Tap, i No Tav, Bagnoli Libera. “Questo non è un festival musicale. È un giorno di lotta“, ha esordito Giordano dal palco. “Guardate noi, guardate i ragazzi di Taranto, per i genitori con i passeggini vuoti per i bambini chiusi in casa durante i wind days. Ci stanno togliendo la felicità”, ha aggiunto. “Una città in cui le scuole vengono chiuse per rischio ambientale – ha proseguito – dove si vive per sopravvivere”.  Per poi rinnovare l’invito a presentarsi ai Tamburi alle ore 14 il 4 maggio: “Chiediamo il vostro supporto per far capire che la condizione Ilva non è relegata soltanto al territorio tarantino ma a un tipo di sviluppo. Taranto c’è e lotta”.

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Da Taranto alle centrali di carbone in Germania
Ha portato la sua testimonianza anche Andrea Berta, il referente italiano degli Ende Gelände, una coalizione di diversi gruppi ambientalisti che si battono contro l’estrazione del carbone in diverse aree della Germania, con lo slogan “Qui e non oltre – fermiamo il carbone. Proteggiamo il clima”. Dal 2012, ha affermato, “stessa data simbolo di Taranto, un gruppo di ragazze e ragazzi hanno riconosciuto e hanno visto il mostro anche loro: una miniera di Carbone di 160 chilometri quadrati. Una miniera di carbone che da sola è il più grande emissore di CO2 di tutta Europa. Loro sono usciti di casa e hanno pensato a come andare all’attacco di questo mostro. L’anno scorso – ha concluso – 6mila persone hanno occupato l’autostrada e la ferrovia per 24 ore e la centrale elettrica alimentata da quel carbone si è dovuta fermare“.

Il ricorso a Straburgo che ha condannato l’Italia per l’Ilva
“Ci hanno definito terroristi, allarmisti. Questi allarmisti a un certo punto hanno pensato di rivolgersi alla Corte europea di Strasburgo, perché il governo stava violando diritti sacrosanti. Il diritto alla vita, alla salute dei tarantini”. Daniela Spera, una delle promotrici, ha raccontato della battaglia cominciata con “il primo ricorso collettivo per conto di 52 tarantini nel 2013″.  “Quando nel 2011 l’allora ministro Stefania Prestigiacomo autorizzò la produzione dell’Ilva, già tutti noi sapevamo che quello era un abuso”, ha spiegato dal palco. “Il 24 gennaio del 2019 la Corte europea ci ha detto che abbiamo ragione. Dicono che il governo italiano la deve smettere di salvare il privato, deve salvare i cittadini. I tarantini”, ha aggiunto Daniela Spera. “L’Ilva deve chiudere. Non c’è altro da fare – ha proseguito – Questa sentenza è vostra. È una vittoria tutta italiana. Dovete sempre tenere a mente che noi abbiamo degli strumenti legislativi che dobbiamo saper utilizzare – ha concluso la promotrice del ricorso – dobbiamo continuare a lottare”.

Il comitato Bagnoli: “Siamo al vostro fianco”
“Sono un militante dell’area di Bagnoli“, ha raccontato Dario dal palco, uno dei membri del comitato ‘Bagnoli Libera’ che il 10 marzo scorso ha occupato simbolicamente una parte dell’area della colmata ex-Italsider. “Sono qui per testimoniarvi la nostra solidarietà a voi che lottate contro un mostro. Ricordiamo la polvere sui balconi. Ricordiamo le morti per amianto. Ancora oggi da destra e sinistra, Lega e Cinquestelle, si continuano a difendere questi mostri con una parola: lo sviluppo. Questo sviluppo è quello che diventa la Tav, il Tap, l’Ilva“. “Noi non ci stiamo – ha continuato Dario – A Bagnoli lo stiamo facendo dopo 30 anni di nulla, di miseria e lutto. Disoccupati e studentesse si uniscono e chiedono che chi ha inquinato paghi. Sabato 4 maggio da Bagnoli, da Napoli, saremo al vostro fianco“.

Durante il concertone viene data voce alle realtà impegnate nella difesa dei territori e in prima fila per la tutela dei diritti universali, ma senza dibattiti politici. Per questo saliranno sul palco i rappresentanti di No Tav e No Tap, i ragazzi di Stop Biocidio che si battono contro la devastazione ambientale della terra dei fuochi, gli organizzatori della manifestazione che chiede la chiusura dell’ex Ilva con la riconversione economica del territorio di Taranto, le mamme No Pfas del Veneto che si battono contro l’inquinamento delle falde acquifere.

Seppur in collegamento, interviene anche Ilaria Cucchi: spetterà a lei raccontare gli anni difficili vissuti per rendere giustizia a suo fratello Stefano. Si collega da Riace il sindaco Mimmo Lucano, diventato il simbolo dell’accoglienza dei migranti, mentre dalla Sicilia arriverà la testimonianza di Pietro Marrone, il pescatore della nave Mare Jonio della Ong Mediterranea che ha soccorso e salvato 49 migranti in acque libiche finendo per essere indagato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Il comandante della Mare Jonio: “Quando vedi delle vite umane in mare non guardi il colore” – “Siamo qui nel terzo municipio dove ogni anno il primo maggio c’è una festa antifascista”, ha detto lo scrittore Christian Raimo intervenendo dal palco. Sono qui con alcuni attivisti con cui stiamo cercando di rianimare il terzo municipio, una zona più grande di Taranto. Ha due mostri, il centro commerciale Porta di Roma che ha desertificato il quartiere (non c’è cinema, né teatro) e dall’altra parte c’è un Tmb che trattava un terzo dei rifiuti di roma e che l’11 dicembre è andato a fuoco. Ma quella storia non è finita, aveva 8 anni di disagi e sofferenze per il territorio. Per 8 anni abbiamo lottato affinché fosse dismesso e adesso, nonostante l’incendio, ci sono ancora rifiuti all’interno. Stiamo lottando per dire definitivamente la parola fine. Questa è la battaglia più forte. L’Ilva per noi è stata un modello di conoscenza del modo con cui agisce il potere e un modello per le lotte. Abbiamo visto l’incontro con i ministri e abbiamo capito cosa significa non dare mai adito allo scoraggiamento alla possibilità di resistere rispetto ai diritti fondamentali. La parola ai miei compagni di lotta”. Poi sono saliti sul palco Alessandro e Frida, bambini di Taranto, e Pietro Marrone, comandante della Mare Jonio. “Come già sapete il 18 marzo abbiamo salvato circa a 100 miglia a sud di Lampedusa circa 50 naufraghi – ha detto -. Sono un ex pescatore. Sono siciliano. Da pescatore posso dire che se vedete delle vite umane in mare non guardate il colore. Ringrazio tutta Taranto, tutti i cittadini di questo supporto che mi state dando; in questi giorni mi siete anche vicini. A tutta Taranto un bacione”.

Sul palco di Taranto anche le mamme No Pfas, che da anni denunciano i danni delle sostanze perfluoroalchiliche, utilizzate nell’industria, che hanno inquinato in modo gravissimo la falda che scorre sotto il territorio di buona parte del Veneto. “Grazie Taranto per averci invitate – dice Laura – . Siamo qui in rappresentanza delle mamme no Pfas dal Veneto per parlarvi della contaminazione più estesa al mondo. 700 km quadrati di territorio compromesso. È stata inquinata la seconda falda più grande d’Europa. I Pfas sono persistenti e biocumulabili. Queste sostanze sono usate abitualmente da tutti noi nelle pentole antiaderenti, nei cartoni della pizza. Noi in Veneto abbia subito una contaminazione gravissima perché è stata contaminata la nostra acqua. Queste sostanze le abbiamo definite degli inquinanti perfetti perché sono inodori. La responsabilità è dell’azienda chimica insalubre che si chiama Mittemi, sottoposta a direttiva Seveso. Già negli anni ’60 era stata responsabile di gravi inquinamenti. Nel nostro territorio aumenti di patologie per via degli inquinanti. Noi cittadini siamo venuti a conoscenza di questo inquinamento. Ci aspettavamo queste informazioni dalle istituzioni”. Laura poi prosegue: “In Veneto è stato avviato un biomonitoraggio. I valori di Pfas superano la media. C’è un disastro sanitario. Causano tantissime malattie collegate al metabolismo, sono interferenti endocrini. Causano diabete, problemi alla tiroide, problemi al colesterolo, problemi durante la gestazione, riduzione della fertilità. I ragazzini hanno valori simili a quelli degli adulti. Non è possibile che un bambini di 10 anni abbia gli stessi nostri valori, noi attraverso il sangue li trasmettiamo ai nostri figli. Uno quando è mamma allatta e tramite il nostro latte abbiamo avvelenato i nostri figli. Noi siamo stati tutelati dalle istituzioni. Stiamo combattenti per porre dei limiti”.

I ragazzi del quartiere Tamburi: “Non possiamo giocare” – “Sono un ragazzo del quartiere Tamburi costretto a vivere una quotidianità diversa – dice un giovane del gruppo Tamburi combattenti, che prende il nome dal quartiere vicino all’Ilva dove spesso le scuole vengono chiuse a causa del rischio contaminazioni -. Non possiamo giocare nelle aiuole perché contaminate. Hanno chiuse le nostre scuole fino a fine anno, costringendoci ad andare a scuola di sere come i turni del nostro papà. Al mattino facciamo i compiti e al pomeriggio abbiamo dovuto rinunciare alla danza, al nuoto o semplicemente a una passeggiata. I miei genitori hanno preferito farmi cambiare scuola, abbandonando il mio quartiere. Siamo operai, mamme, ragazzi. Abbiamo deciso di farvi ascoltare la voce dei nostri figli per farvi capire quello che davvero vivono nel nostro quartiere. I diritti che vengono tolti ai nostri figli, sono anche i vostri, li dobbiamo difendere. Chiedo l’aiuto di tutti voi. Vi invito il 4 maggio per il corteo nazionale. Gridiamo a gran voce: noi vogliamo vivere!”.

L’oncologa: “Ecco cosa facciamo per chi è malato di tumore” –  “Voglio condividere insieme a voi e alle donne – dice la dottoressa Caforio, che lavora presso il presidio di Castellaneta (Taranto) ed è responsabile di un percorso riabilitativo integrato per le donne affette da tumore -. Ci prendiamo cura del paziente attraverso un percorso di riabilitazione integrato per migliorare il loro adattamento alla malattia e ridurre il disagio emozionale e gli effetti dei trattamenti. Questo progetto è partito già nel 2016 per la prima volta e si ripete annualmente. Già da due anni collaboriamo con i Terraross, nel nostro progetto c’è anche l’attività della danza e della pizzica. Attraverso la pizzica, le donne possono esprimere il loro corpo e modificare quelle che sono le ripercussioni negative della malattia sul corpo, sulla fisicità, al fine di sviluppare una nuova identità. Questi sono progetti che sono indirizzati alla cura delle donne che si ammalano di tumore al seno e di tumori ginecologici. Facciamo anche attività ginnica dolce, educazione alimentare, psicoterapia di gruppo. Quest’anno abbiamo introdotto anche il sostegno alla spiritualità“.

Il sindaco di Melendugno No Tap: “I fascismi finanziari vogliono passare sulle nostre teste” – “Voglio ringraziare il comitato perché anche noi siamo dei cittadini liberi e pensanti – dice Marco Potì, che si batte contro il Tap -. Quando abbiamo analizzato la questione Tap, abbiamo iniziato a pensare con la mente libera e non abbiamo pensato quali sono i vantaggi spiccioli ma gli svantaggi. Abbiamo capito che la battaglia no Tap che conduciamo da 7 anni insieme a tanti cittadini e insieme a tante comunità, lo abbiamo fatto perché abbiamo studiato il progetto. La nostra non è una battaglia diversa da quella di Taranto. Da una parte il profitto, dall’altra i cittadini, la salute, l’ambiente, il territorio, abbiamo mantenuto la nostra posizione davanti a tutti. Quando è arrivato il presidente del Consiglio Conto e ha detto sindaco quello che vi abbiamo detto in campagna elettorale non vale più, gli ho detto innanzitutto non è vero. Ci vuole la volontà politica per fermarla. Taranto è come Melendugno. Un sindaco si mette anche davanti alla polizia per far sentire la voce dei propri cittadini. Taranto, Melendugno. Noi lottiamo per il bene dei cittadini del mondo. Noi abbiamo un dovere da istituzione e da classe dirigente che è quello di preservare la vita delle prossime generazione. È inconcepibile chiudere una scuola e non chiudere una fabbrica. Abbiamo festeggiato qualche giorno fa la resistenza. I fascismi ci sono ancora, sono quelli finanziari, quelli che vogliono passare sulle nostre teste. Noi continueremo a far sventolare le nostre bandiere contro le trivellazioni nei nostri mari, contro chi pensa di fare profitto sulla pelle dei cittadini”. Per Potì bisogna dire no a “fossili, carbone, gas e petrolio. Bisogna cambiare l’idea di futuro. Continueremo a sventolare le nostro bandiere contro chi usa la violenza nei confronti dei cittadini liberi e pensanti. Il Tap porterebbe 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Ultimamente abbiamo la notizia che vogliono far arrivare anche il gas da Cipro. Se Emiliano mi ascolta, dobbiamo istituire a San Foca un sito di interesse comunitario perché abbiamo il coralligeno. E invece vogliono farci passare 20 miliardi metri cubi di gas. Stiamo facendo un regalo all’Azerbaigian e a Aliyev che è un dittatore”.

Enzo Di Salvatore, costituzionalista: “Devono dirci per chi sono strategiche queste opere” – “Questo modello di sviluppo manifesta a Taranto solo i suoi modelli più nefasti. A Taranto non c’è solo il problema Ilva, c’è il cementificio, le discariche, la raffineria dove verrà stoccato il greggio di Tempa Rossa. Mi sono fatto un piccolo elenco di queste piccole opere che vengono considerate strategiche: Ilva, Tempa Rossa, Cerano, Poseidon, Eastmed, Spettrumgeo, Biancaluisella (Pesaro), centrale di stoccaggio gas nelle Marche, quella Snam in Abruzzo, i permessi di prospezioni nello Jonio. La politica di tutti i governi. Questo governo nel decreto semplificazioni congela per 18 mesi il problema prospezioni. Devono dirci per chi sono strategiche queste opere. Non per i cittadini. Si entra a 20 in raffineria, si esce a 40 disoccupati perché dipende dal tempo delle trivellazioni. Quello che non si dice che le multinazionali diventano le proprietarie del greggio. Lo Stato regala il 90% alle multinazionali, per poi acquistare a prezzo di mercato quello che è un patrimonio di tutti. È un’attività incompatibile dal punto di vista economico. Chiediamo che l’Italia si doti di una politica industriale seria, di una politica energetica e di una politica seria del lavoro. La nostra Costituzione ci dice che l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro, non sul ricatto occupazionale. Quello occupazione è un falso problema. La più grande centrale di raffinazione, Ombrina Mare, avrebbe occupato soltanto 24 persone. Si tratta di persone specializzate che le multinazionali spostano in tutto il mondo”.

Cataldo Ranieri, ex operaio Ilva“Sono un ex dipendente Ilva poiché indesiderato sia da Riva che da Mittal. Ho lavorato in Ilva per 21 anni, in luoghi dove gli operai rischiano la vita ogni giorno, su impianti fatiscenti, insicuri e velenosi col solo scopo di portare il pane a casa. Durante il mio percorso lavorativo, insieme al mio amico e collega Massimo Battista Libero e pensante come me, abbiamo denunciato con ogni mezzo, sia le condizioni di lavoro, che quelli ambientali. È per questo che prima ancora di diventare indesiderati per Riva o Mittal, lo eravamo anche per tutto il nostro sindacato, anche per quello del quale facevamo parte, perché il nostro operato ostacolava la produzione, sollecitava troppo gli enti competenti, ostacolava i patti di non belligeranza tra azienda, politica e sindacato e soprattutto creava consenso fra i lavoratori”.

Alessandro Orsetti, papà di Lorenzo
“Ogni volta che lo vedo mi commuovo abbastanza. Non so se tutti sapete la sua strada. È partito nell’agosto 2017 ed è morto dopo un anno e mezzo di permanenza al fianco dei curdi. La cosa molto interessante è che lui ha dato un taglio alla sua vita qua. Vorrei parlare stasera della sua lotta. Si era rotto le scatole di questa realtà. Diceva che non gli andava più di lavorare con i contratti, con questa realtà. Lui cercava un’alternativa. L’ha trovata in Siria con la rivoluzione curda, che è molto interessante perché è legata al femminismo, alla democrazia diretta. Non c’è il capitalismo. Lì c’è un esperimento sociale veramente interessante e noi che andiamo sempre ad esportare la democrazia in giro con i cannoni. Lorenzo è andato lì e si è appassionato a quella realtà e ha deciso che ci voleva rimanere fino a che la lotta non era finita. Per lui però è finita. Qui il problema non è solo l’Isis. Sono questi meccanismi sociali. Questa voglia di combattere contro l’Isis ha semplicemente voluto dire un maggiore controllo nella nostra società. I ragazzi che tornano, dopo aver combattuto, rischiano di essere condannati per la pericolosità sociale. Noi facciamo sempre manovre ma non abbiamo mai il coraggio di prendere posizioni in quello che è giusto. Penso che la lotta di Lorenzo non è semplicemente in Siria, è la lotta che interessa anche a noi. È l’antifascismo. Noi siamo in una situazione in cui dobbiamo riscoprire la voglia di lottare e dobbiamo smuoverci dalla situazione in cui va bene sempre tutto. Io non ho avuto molti riconoscimenti. Non è venuto né Conte, né Di Maio né a Salvini a dirmi si dispiace. “Meglio”, dicono dal pubblico. Meglio lo dico anch’io. Mio figlio non era un guerrafondaio. Ripeto una frase molto bella che mi aveva detto: “Invito tutti voi ad essere una singola goccia che ha voglia di smuovere una tempesta”.  “Stiamo lottando tutti per lo stesso partito, che è il nostro Pianeta. Vi voglio vedere tutti il 4 maggio, dal quartiere Tamburi alla grande fabbrica. Aprite i porti. La gente in mare va salvata, non lasciata morire. Ricordiamo il campeggio contro il cambiamento climatico dal 4 all’8 maggio a Venezia con i ragazzi di Global Project”, ha detto la giornalista Valentina Petrini.

Mimmo Lucano: “Riace esempio di multiculturalità”- “Ci sono tanti materiali per definire la storia che in ogni caso ha riguardato una piccola comunità. Riace è stata una esperienza che ha dissolto l’equazione secondo cui immigrazione significa dramma sociale. È stata la dimostrazione che può esistere una convivenza della multiculturalità, un mondo della differenza. E se è stato possibile a Riace, significa che è possibile ovunque. Riace è un atteggiamento umano rispetto alla disumanità che vuole fare dell’accoglienza e della solidarietà solo una criminalizzazione. Riace incontra l’umanità per una casualità, per uno sbarco e fa prevalere una dimensione di sensibilità umana e addirittura non solo c’è questo aspetto che ci permette di trasmettere un messaggio di solidarietà e da questa apertura è dipesa la stessa sopravvivenza di Riace. Addirittura si innesca un processo di integrazione in una comunità destinata a spegnersi, come le altre comunità soggette a spopolamento. L’emigrazione e la mafia sono stati i veri problemi sociali”.  Lo ha detto l’ex primo cittadino di Riace, Mimmo Lucano.  Ha citato Riace anche Vinicio Capossela, presentando il suo pezzo forse più noto, il ballo di San Vito:  “Questa canzone l’abbiamo fatta a Riace, dove è stata messa in atto la buona novella. La dedichiamo a Mimmo Lucano, che è visionario. E i visionari hanno sempre dovuto sostenere una croce. Mi ricordo da bambino di questi perdoni che escono durante la settimana Santa, con musiche come questa. Piangere e lamentare il lutto della solidarietà e della compassione, della dignità e del rispetto. La piangiamo per fortificarla e per tenerla viva, perché siamo uomini vivi. Perché l’uomo che ama è vivo. Datemi forza, onore e gloria, giacché l’uomo è vivo.Taranto e la Magna Grecia. Vi canto in greco l’epitaffio di Sicilo. È il primo pezzo della tradizione occidentale, ci dice: Finché vivi mostrati al mondo, non affliggerti per niente. La vita dura poco”.

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