Dietro Finale Ligure c’è un paradiso unico in Italia. Ha un nome: semplicemente “il Finalese”. E ha delle pareti di roccia altresì uniche: la Pietra del Finale. Pareti che si ergono dalla macchia mediterranea, dal leccio, dal cisto, dal lentisco, dal terebinto, dal corbezzolo, dal rosmarino. Un po’ verticali e un po’ strapiombanti, con una roccia solidissima, un calcare di colore bianco rosato in cui è facile rinvenire l’endemismo della campanula Isophylla Moretti. Un tempo qui, tanto tempo fa, milioni di anni fa c’era il mare: il Finalese è una splendida testimonianza di quel lontano passato. Ma non solo di quel passato, visto che vi si ritrovano testimonianze ben conservate della presenza dell’uomo preistorico e dell’epoca romana.

Conosco bene quelle pareti: vi imparai ad arrampicare, da ragazzo, con gli scarponi di cuoio ai piedi. Altri tempi: non eroici, no, ma belli, sì. Allora il Finalese era conosciuto da pochi scalatori, fra essi anche Guido Rossa, che poi venne ucciso dalle Brigate Rosse. In seguito fecero la loro comparsa le pedule (“varappe”), le prime guide, il Finalese venne conosciuto nel mondo e vi si riversò un mondo, non solo di (ormai) arrampicatori, ma anche di ciclocrossisti, lungo i sentieri e le mulattiere storiche, e di escursionisti. Un mondo di frequentatori un po’ naif, spesso “straccioni”, ma che non lasciavano traccia di sé se non qualche residuo di falò.

Oggi i frequentatori sono vestiti all’ultima moda – nella sola Finalborgo qualche giorno fa ho contato sei negozi di attrezzatura ed abbigliamento da montagna -, sulle pareti sono state aperte più di 4mila vie, ma il Finalese è sempre lo stesso: ossia non è protetto. Già, in qualsiasi paese civile del mondo il Finalese sarebbe un parco, e alcune zone particolarmente selvagge e defilate sarebbero addirittura riserve integrali. A poco più di 300 chilometri di distanza da Finale c’è Marsiglia. A Marsiglia terminano o iniziano, a seconda della provenienza, le Calanques: un terreno molto simile a quello del Finalese, se non fosse che qui si arrampica sul mare o poco dietro. Bene, le Calanques sono parco nazionale, e non mi si venga a dire che i francesi hanno una cultura ambientalista più radicata di noi italiani. Semplicemente sono più furbi e sanno che proteggendo si creano opportunità di lavoro e si fanno girare un sacco di soldi.

Da noi invece no, queste cose non si capiscono, o non si vogliono capire. E il Finalese è un gogamigoga, come si dice nel vicino Piemonte: ognuno può fare ciò che vuole, anche se nuoce alla natura, come andarci a sparare. Già, i cacciatori. Se il Finalese oggi non è un’area protetta come le persone con un minimo di cervello richiedono da decenni, essenzialmente è perché la lobby dei cacciatori vi si è sempre opposta. A onor del vero, la legge regionale 12 del 1995 sul riordino delle aree protette all’articolo 46 prevedeva che l’iter per il parco del Finalese iniziasse entro 180 giorni dalla data dell’entrata in vigore della norma. Ma non se ne fece nulla.

Oggi qualcuno senza il senso del ridicolo afferma che non se ne fece nulla per mancanza di risorse. Chissà quante porcate han fatto in Liguria con soldi pubblici in questi 24 anni, non oso pensarlo. E non mi si venga adesso a dire che è colpa della Lega che governa la Liguria se il parco non si è fatto. Nel 1995 c’era come governatore un post-democristiano, poi un forzitaliota, poi un diessino, e infine un leghista. I leghisti che con la nuova legge sui parchi approvata il 9 aprile hanno posto la parola “fine” al parco del Finalese, oltre a tagliare la bellezza di ben 540 ettari di aree protette.

Del resto, che la Lega sia un partito non particolarmente raffinato culturalmente (Umberto Eco acutamente osservò: “Che cos’è il leghismo se non la storia di un movimento che non legge?”), legato alle lobby del cemento e delle doppiette, lo sanno anche i bambini: basta vedere come stanno riducendo il Veneto. Ma chi ha governato prima di loro che cosa ha fatto per proteggere questo patrimonio dell’umanità? Diciamolo: la mancata creazione del parco del Finalese è un monumento alla stupidità e all’insipienza della politica.

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