“Se non sai mentire cosa ci fai a Roma?”. Non farà sfracelli al botteghino o mostrerà chissà quale lezione morale sull’industria cinematografica italiana, ma Dolceroma è un buon film. Sì, quello con Luca Barbareschi come (quasi) protagonista. Inutile girarci attorno perché la noterella a margine sul paratesto politico che trascina con sé il destrorso da una vita Barbareschi occuperà in queste ore più spazio del film in sé. Ma tant’è. La lotta tra buoni e cattivi nel cinema italiano, a livello contenutistico, linguistico e produttivo, sembra di quelle nenie dicotomiche da scuole medie da cui non usciremo mai. Ad ogni modo Dolceroma, seconda regia di Fabio Resinaro (l’ottimo Mine con Fabio Guaglione, ma anche la produzione di Ride) vuole essere programmaticamente cinema ipertrofico e magniloquente. Per nulla da tinello italiano, ma molto da produzione hollywoodiana dove tutto, dalla recitazione alla narrazione, dalla messa in scena al contenuto, è rocambolesco, brulicante, irrefrenabile, inarrestabile.

Andrea Serrano (Lorenzo Richelmy) è uno scrittore alle prime armi che lavora in un obitorio per campare ma attende la grande occasione dal mondo del cinema. La chiamata arriva dal produttore Oscar Martello (Barbareschi) che vuole portare su grande schermo il suo romanzo Non finisce qui, con protagonista una donna vittima della camorra che si vuole vendicare dei criminali. Serrano arriva a Roma, incontra Martello nella sua villa sgargiante e barocca, ne tasta la devastante prepotenza, e viene subito gettato tra le spire di un party notturno della romanità cinematografara dove incontra l’attrice Jacaranda Ponti (Valentina Bellé), il distributore infido e cafone Remo Golia (Armando De Razza) e la moglie ricchissima di Martello, Helga (Claudia Gerini). Solo che i soldi buttati nell’impresa sono pochini e la regia è affidata ad un intellettualino come il regista Attilio (Luca Vecchi – dei The Pills) tutto lunghi piani sequenza (“così il produttore non ci distrugge il film al montaggio”) e fiumi di coca a macchiare di bianco le narici ad ogni ora del giorno. Il risultato sarà pessimo, ma Martello in combutta con Serrano, non vuole fallire e si inventerà il finto rapimento di Jacaranda da parte della camorra per attirare attenzione sul film. Fake news che attirerà, invece, l’attenzione del commissario Ventura (buffo e spiritoso Francesco Montanari con panza) e di tre veri camorristi.

Scritto dallo stesso Resinaro, con al soggetto nientemeno che Fausto Brizzi, e tratto liberamente dal libro di Pino Corrias, Dormiremo da vecchi (Chiarelettere), Dolceroma assume un tono da “farsa acre”, come ha scritto il critico Michele Anselmi, per descrivere il milieu produttivo e culturale che gravita attorno al cinema romano pigiando il pedale del grottesco e dell’eccesso. Ritmo a mille, tra montaggio frenetico e commento musicale sparato, dove si distinguono facce/maschere deformate che fanno di tutto per farsi odiare l’uno con l’altro nella loro mancanza di onestà, umanità ed etica professionale. Tanto che tutto il racconto subito degenera in un incubo ad occhi aperti e sgomma, su di giri, fino alla fine del film. L’esempio finto, e riuscitissimo, è quando al set del film nel film, quello dove Jacaranda/Tomb Raider sotto la pioggia in pieno delirio action uccide camorristi come fosse la Jolie, vengono tolti pezzo per pezzo elementi del set fino a farlo diventare in pochi secondi un terrificante ambiente astratto da cinema minimalista con le solite maestranze romane che urlano annoiate e frenetiche al megafono ordini di scena.

Barbareschi conduce le danze su chi sta a livello attoriale più sopra le righe. Rifà se stesso in tutta la sua esagerata megalomania artistica, ma il suo Martello, tutto sigarone in bocca e camicione aperta sul petto, dice lui ispirato ai veri produttori De Laurentiis e Valsecchi, è una bomba ad orologeria, magari un po’ in affanno su qualche battuta pronunciata in fretta (un secondo ciak forse Resinario non ha osato chiederlo visto che Barbareschi è pure produttore del film), ma alla lunga rimane il personaggio chiave dell’intreccio. Luciferino, fetente, disgustoso, come l’abisso degli ambientini reali fagocitati e descritti, con un irrispettoso ma presente discorso sul maschilismo cinematografaro, Martello orienta lo spettatore sia a livello di trama, sia come carisma inevitabile verso una conclusione in cui vittima del sistema è prima di tutto una donna, mentre gli uomini si scannano mostrando piacere per quello che sono nell’essere uno più indegno dell’altro.

Oscillante su una prima parte più comprensibile e diretta, e una seconda più slabbrata e un tantino caricaturale (il finale tra duelli con katana e incendi in CGI è pura estremizzazione di genere), Dolceroma vuole però essere una di quelle megaproduzioni compatte e risolute dove conta il fattore intrattenimento e un sarcasmo spicciolo per smaliziati spettatori non proprio politicamente corretti. Parecchio interessante il tratteggio monotono del giovane, promettentissimo Richelmy cattivo (in tanti primi piani c’è il McDowell drugo), come l’uso ironicamente didascalico di brani come Roma brucia di Venditti e Vivere senza malinconia di Tito Schipa. Quando Martello e Serrano ideano il fake dell’attrice rapita che deve nascondersi per un anno senza lasciare traccia di sé, Barbareschi si autocita richiamando l’espediente clou ideato da Ruggero Deodato e dalla produzione di Cannibal Holocaust quando nel 1979 decisero di lanciare il loro film facendo “scomparire” i quattro protagonisti tra cui Barbareschi stesso. Speriamo, infine, che Dolceroma scoraggi anche solo la metà degli aspiranti sceneggiatori/registi/attori ad affollare la Roma del cinema. Qualche personaggio, traccia, o anche solo battuta presente nel film di Resinaro potrebbero incontrarla e rimanerci, come diceva la tv svizzera di Mai dire Gol, offesi.

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