Bandiere russe sono apparse all’aeroporto Maquetià, poco fuori Caracas, dipinte su due aerei, un jet per il trasporto passeggeri e un cargo partiti dall’aeroporto Chkalovsky di Mosca e atterrati nella capitale venezuelana dopo uno scalo in Siria. A bordo, secondo quanto riferito dal giornalista Javier Mayorca, un centinaio di militari russi, tra cui il Capo delle forze di terra di Mosca Vasily Tonkoshkurov, e 35 tonnellate di materiali. Una semplice visita di rappresentanti di un Paese con cui il Venezuela mantiene una cooperazione militare, hanno poi spiegato fonti governative del Paese sudamericano. “Consultazioni”, ha scritto l’agenzia Sputnik, vicina al Cremlino, citando fonti dell’ambasciata russa, visto che tra i due Paesi ci sono “vari contratti in corso di esecuzione, contratti di carattere tecnico militare”.

Ad appena tre mesi dall’ultima missione dei bombardieri strategici russi Tu-160 nel Paese e con la sempre maggiore instabilità della presidenza di Nicolás Maduro, quella di Mosca assomiglia più a una mossa per impedire l’intervento delle forze americane ed europee, che hanno riconosciuto l’autoproclamato presidente Juan Guaidó, in un Paese ancora troppo importante per il Cremlino. Un’operazione simile a quella portata avanti in Siria per proteggere Bashar al-Assad.

Nessuna reazione ufficiale immediata è arrivata da Mosca e Caracas, con il presidente Maduro che solo domenica ha annunciato l’invio, “la settimana prossima”, di medicine da parte della Russia, aggiungendo che a febbraio il Venezuela avrebbe già ricevuto circa 300 tonnellate di aiuti umanitari. I funzionari di Caracas hanno poi parlato lunedì, spiegando che i soldati russi sarebbero arrivati nel Paese per discutere di manutenzione delle attrezzature militari e strategie di addestramento.

La mossa di Mosca non è però piaciuta a Washington. Il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha chiamato il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, per riferirgli il disappunto della Casa Bianca: “Gli Stati Uniti e i Paesi della regione non resteranno inerti mentre la Russia esaspera le tensioni in Venezuela”, ha detto Pompeo, secondo quanto riportato dal portavoce del Dipartimento di Stato, Robert Palladino. In particolare, l’amministrazione Trump ha denunciato “il continuo invio in Venezuela di personale militare russo in appoggio al regime illegittimo di Nicolas Maduro”, così da prolungare “la sofferenza del popolo venezuelano che appoggia in maniera schiacciante il presidente ad interim, Juan Guaidó”. Infine, Palladino ha riportato l’appello di Pompeo: “Il segretario di Stato ha chiesto alla Russia di fermare questo comportamento non costruttivo e unirsi ad altri Stati, inclusa la grande maggioranza dei paesi dell’emisfero occidentale, che cercano un futuro migliore per il popolo venezuelano”.

Ma le parole di Washington rischiano di rimanere inascoltate, visto che tra Russia e Venezuela vige una stretta collaborazione di tipo militare, economico e geostrategico che ha tra le sue condizioni la permanenza dell’erede politico di Hugo Chávez alla guida del Paese. Una difesa dello status quo minacciata dall’azione di Guaidó e dalle parole di Donald Trump che non ha escluso l’opzione militare. Proprio la presenza costante di un contingente russo in territorio venezuelano dovrebbe impedire l’intervento armato, a meno che l’intenzione della Casa Bianca non sia quella di far scoppiare un conflitto con Mosca. Una strategia già utilizzata in Siria per proteggere il regime di Bashar al-Assad.

In quest’ottica va letta la rivelazione della Nezavisimaya Gazeta, rilanciata anche dall’agenzia Tass, secondo cui a Mosca si starebbe pensando di stabilire una base militare nei Caraibi, in particolare sull’isola venezuelana di La Orchila, nonostante la Costituzione del Paese vieti la presenza stabile di forze armate straniere sul proprio territorio. La missione dei due bombardieri Tu-160, scrive il giornale, era parte di questa strategia che ha fatto arrabbiare il Segretario di Stato americano, portandolo a definire Venezuela e Russia “due governi corrotti che sprecano denaro pubblico soffocando la libertà”. Caracas e Mosca, su questo, hanno deciso di tenere un basso profilo, tanto da portare l’ambasciatore del Venezuela in Russia a smentire le indiscrezioni giornalistiche.

Non è un segreto, invece, che tra i due Paesi vi sia da anni una stretta collaborazione anche in campo economico. Oltre all’accordo firmato nel maggio del 2001 sulla cooperazione tecnico-militare, a quello del 2005 per la consegna di Ak-103 all’esercito venezuelano e quello per la costruzione di una fabbrica di kalashnikov che dovrebbe essere operativa entro la fine dell’anno, a legare i due governi ci sono gli affari riguardanti l’estrazione del petrolio del Paese sudamericano. Caracas si è sempre allineata alle strategie geopolitiche di Mosca e in cambio ha ottenuto, come spiega l’Economist in un articolo di febbraio sugli interessi di Vladimir Putin in Venezuela, un prestito da 2,2 miliardi di dollari per comprare armi russe e la formazione da parte di Mosca di un consorzio di cinque grandi aziende energetiche che investissero nei terreni d’estrazione petrolifera venezuelani. Di queste compagnie, nel tempo, è rimasta solo la Rosneft, che ha come azionista di maggioranza proprio il governo di Mosca: “Dal 2006 – scrive il settimanale britannico – la Russia ha prestato al Venezuela almeno 17 miliardi di dollari. Parte di questo debito è stato ripagato ma il Venezuela deve ancora alla Russia sei miliardi di dollari, metà dei quali a Rosneft”. Col passare degli anni, l’azienda petrolifera ha ottenuto ulteriori concessioni. “Igor Sečin, il capo di Rosneft, non agisce solo per motivazioni geopolitiche – conclude l’Economist – Non solo a Rosneft è stato segretamente offerto il controllo di vari progetti petroliferi, ma l’uomo è anche diventato, secondo quanto riferito da Reuters, un intermediario per la vendita del petrolio venezuelano in tutto il mondo, un’attività notoriamente poco trasparente e redditizia”.

Twitter: @GianniRosini

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