“Dimezzata la pena per tempesta emotiva” non è che l’ultima delle occasioni in cui i media italiani hanno usato fatti di cronaca per mettere in pessima luce la giustizia. Non intendo, in questa sede, entrare nel merito del recente, purtroppo ennesimo femminicidio. Mi basta la considerazione che, contrariamente a quanto è stato strombazzato, il giudice si è limitato a ridurre la pena, considerate tutte le circostanze, a 24 anni: il massimo previsto. In virtù poi del rito abbreviato, automaticamente per legge la pena si è ridotta di un terzo, a 16 anni, cioè poco più della metà dei 30 da cui si era partiti.

Al di là di questo, dovremmo chiederci perché si sia dato tanto risalto a una vicenda del genere. Con titoli fuorvianti, che parlavano di attenuante se la donna è bugiarda o in caso di gelosia (che in realtà è un’aggravante), si è voluta indirizzare anche l’opinione pubblica più distratta o digiuna di nozioni giuridiche verso la (ri-)evocazione del delitto d’onore. Fomentando in tal modo l’indignazione di una società già di per sé incarognita dalla crisi e da certa propaganda che mira al peggior giustizialismo forcaiolo inducendo una profonda sfiducia nei giudici.

È una storia vecchia di almeno 30 anni, da quando con Francesco Cossiga (infastidito dal giudice-ragazzino), Bettino Craxi e quindi soprattutto Silvio Berlusconi, è cominciato il conflitto tra politica e magistratura. Ogni occasione è stata colta al balzo, talvolta persino inventandosela di sana pianta (i calzini turchesi), per diffondere la convinzione che i giudici siano “antropologicamente diversi” o, ancor più schiettamente, “disturbati mentali”. Un lavoro lento, quotidiano, a reti unificate, a colpi di programmi televisivi che approfittavano di qualunque vicenda potesse tornare utile.

Nel delitto di Cogne, tanto per dirne una, l’avvocato Carlo Taormina (guarda caso poi Sottosegretario agli Interni) anche a scapito della sua assistita sollevava polveroni per insinuare il sospetto che i giudici si accanissero su una povera mamma. E poi, per anni, si sono susseguiti processi mediatici, plastici di Bruno Vespa, inchieste delle Iene o di Striscia, titoli di giornali e telegiornali fuorvianti, tendenti sempre a enfatizzare e travisare il contenuto delle sentenze per giungere alla conclusione che i giudici sono matti, da sottoporre a “perizia psichiatrica”. Il berlusconismo che si è infiltrato nelle nostre coscienze.

Intendiamoci, non sfugge a nessuno, tantomeno a chi come me in qualche modo opera all’interno della giustizia, che si tratti di una macchina a dir poco inceppata. Ma dal momento che “i giudici sono soggetti alla legge”, la responsabilità maggiore va addossata su chi non ha fatto nulla per migliorare le cose. Anzi, con subdola unità d’intenti tutte le forze politiche, dai Roberto Castelli agli Oliviero Diliberto, mossi da motivazioni diverse più o meno nobili, non hanno fatto altro che partorire tutta una serie di provvedimenti che intralciano il corso della giustizia. Nessuna riforma organica del Codice penale vecchio di quasi 90 anni, d’impostazione fascista.

Invece, una miriade di norme procedurali, scaturite dalla necessità e urgenza di aggiustare questo o quel processo del momento, sono andate accumulandosi in un ginepraio inestricabile in cui un buon avvocato o il giudice, in un ampliamento smisurato della discrezionalità, possono forzare l’interpretazione verso una qualunque tesi assolutoria o di condanna; applicazioni che trovano tutte buone pezze d’appoggio, in un ventaglio di possibilità diverse, anche opposte, a discapito della certezza del diritto e dell’uguaglianza del trattamento di fronte alla legge.

Il paradosso è che chi più di tutti ha contribuito, per biechi interessi di parte, a creare questo disastro, tanto più si alimenta elettoralmente di questa sfiducia nella giustizia, soffiando sul fuoco della demagogia. Tutto ciò è devastante dal punto di vista democratico e c’è solo da sperare che la parte migliore della società sappia mettere in circolo gli anticorpi necessari per resistere a questa tempesta e tutelare le nostre istituzioni.

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