Attenzione: spoiler senza freni inibitori, che solo Recalcati potrebbe spiegare
Attenzione: per questo articolo è stato utilizzato 58 volte Google per ricordarsi come si scrive pasticciere, pasticcere, pasticc… insomma, come diavolo si scrive

Si alza la cloche dell’Invention test e sotto spunta una testa parlante. Sembra la chiorba di Art attack ma è molto peggio. E’ la cosa più orribile che i cuochi si trovano davanti, il Mostro per eccellenza, quello che non perde mai, che al videogame in sala-giochi fa perdere l’ultimo gettone dopo che hai superato 149 livelli, sconfitto dragoni, tagliato teste, annichilito grifoni, fatto beffe di macisti, riso in faccia a ragni coi denti a sciabola. Iginio Massari: basta una sillaba della sua voce, un capello bianco panna dei suoi per far sprofondare la classe rimasta in nove nell’angoscia più profonda. La prova è fare torte da cerimonia: una francese (più facile, meno piani da fare), una americana (naturalmente un ecomostro, piani da 10 centimetri l’uno) e una italiana (una via di mezzo ma sempre sul kitsch andante). Per dire: si vede giustamente già in un romanzo di Edgar Allan Poe, Giuseppe il venditore ambulante, che tra questi 9 rimasti in gara suscita un po’ la stessa domanda di quando ci si ricorda dell’esistenza del ministro Fontana: ma che cacchio ci sta a fare? Sembra di riconoscere in sottofondo la colonna sonora di Psycho, mentre Massari aiuta la vincitrice della Mistery, Valeria la segretaria siciliana. Poiché la pasticceria è tutta questione di matematica e chimica, Valeriona fa i calcoli e va in trance tipo Nash, apparentemente avviata alla catastrofe nucleare. A un certo punto, in questo ripasso (i due terzi di 240 grammi di zucchero, ma l’uovo pesa 57 grammi con 7 di guscio, ma dai facciamo alla romana che fa lo stesso, no non voglio debiti) Massari le picchietta in fronte come Giucas Casella.

Ma Massari non è solo un dittatore sanguinario. Così come Stalin si faceva ritrarre, docile, con i bambini in braccio (subito prima di farli in salmì, è evidente), anche il masterpasticciere ha le sue parentesi rosa tra le parole “ti” e “umilio”. Così Gloria si dimentica il burro e Gilberto lo zucchero – non benissimo quando devi fare una torta nuziale – e il maestro Iginio concede 10 secondi per fare la spesa integrativa. “Dovremo trovare un pasticcere più severo” commenta Bastianich forse pensando a Mugabe che nel frattempo si è liberato e del resto, penserà probabilmente Tajani, ha fatto anche cose buone tipo – che so – un minestrone di campagna che levati.

Nelle tre ore di prova Massari in realtà gira tra i banchi di lavoro per dire che tutto fa schifo con il sorriso docile di Jack Nicholson all’Overlook Hotel e c’è tempo per vedere la glaciale friulana Gloria versare qualche lacrima perché si è stracciata la crema pasticcera. E invece Gloria farà una delle torte migliori e se la caveranno i più insospettabili. I peggiori, disastrosi, al limite della denuncia per molestie (tempesta emotiva? Vento forte di stress? Perturbazioni di umore?), sono infatti i campionissimi: Federico il pescatore veneto, Salvatore il capitano siciliano e Gilberto lo studente di legge che per modestia compete con Mourinho. Federico, dice Massari, ha fatto una torta americana che “sembra carta smeriglio, un risultato penoso” e Bastianich gli consiglia di usarla come spugna per lavare la barca. Gilberto ha fatto una crema pasticcera che – sempre Massari – “fa pena” in un dolce che a vederlo “mi stanco prima di assaggiare”. Salvatore ha fissato un nuovo punto di riferimento di bruttezza. Ma le torte mostruose sono soprattutto quelle di Gilberto e Salvatore: bucate, rattoppate, stoppose. In più Salvatore ha dato un “look volgare”: come sceglie le parole Locatelli, nessuno. Ed è quindi il capitano di navi, con lo scoramento delle telespettatrici di MasterChef 8, a tornare in plancia, cioè da dov’era venuto. E’ il segnale che da qui in avanti cominceranno a rotolare le teste, anche quelle coronate anzitempo. E’ comunque di Massari l’aforisma della settimana: il denaro va e viene, ma il mestiere resta. Tra le caratteristiche della Sila, come avrete capito, c’è l’avidità febbrile e quindi se ne dissocia, preferendo la sintesi di fu Salvatore: fatt’a nomina e va curcati.

La prova in esterna, una volta tanto in un programma splendidamente meneghino-centrico, è a Roma e nella Capitale c’è sempre del mistico, che non è una graminacea della steppa ungherese di quelle che poi arriva Barbieri e fa: “Non conoscete il misticooo?”. No, c’è che nell’esterna gli 8 aspiranti chef devono fare da mangiare a una trentina tra preti e seminaristi che giocano al calcio (lasciamo all’immaginazione come). Sullo sfondo c’è er Cuppolone e nel menù piatti a base di ingredienti ispirati dalla Bibbia, come una zuppa di cipolle (dalle cipolle d’Egitto con cui il popolo di Israele rimpiangeva la patria) o i dolci fatti con il frumento, l’orzo e altri sapori della terra promessa. Mentre Joe racconta che la mamma Lidia ha cucinato per Papa Francesco e fa capire in soldoni che il Santo Padre si mangia anche i santi tavolini (si capisce allora perché alla fine dell’Angelus dice sempre Buon pranzo), Cannavacciuolo spiega ai seminaristi – quasi tutti originari di terre molto lontane – che chi perde va al pressure test “che è un po’ come l’inferno” che è una bugia perché si sono visti molti più colpi apoplettici al pressure.

Tra i fornelli c’è del casino sia di qui che di là: tra i rossi c’è un dibattito perpetuo su tutto tra Valeria, Giuseppe che non si capisce mai se è in questo mondo e Guidone (altro praticante avvocato) che da un po’ di puntate è un ectoplasma e si aggira come un passante davanti alle vetrine; tra i blu invece Gilberto (che in questa esterna soffre questo continuo riferimento a un dio che non è lui) si dimentica che la superbia è uno dei sette vizi (ma meglio il film del libro) e Federico il pescatore gli raddrizza qualche svarione tipo l’uso smodato dello scalogno, nella modalità dell’indimenticato capitan Italo con il suo innaffiatore di curry, che è un po’ più spento (parola di Locatelli) rispetto alla cipolla. Alle votazioni un seminarista si barcamena facendo complimenti a tutt’e due i dolci e Joe gli risponde con un editoriale riassuntivo di alcuni secoli: “Sì, ma oggi non puoi fare il cattolico che vanno bene entrambi, uno deve vincere e uno deve perdere”. Vincono i rossi, cioè la squadra di Giuseppe che quindi, a dispetto di tutte le leggi della fisica, dell’astrofisica, della logica e – lasciate dire – del comune senso del pudore resta in gara e quindi sarà almeno tra i migliori 7.

Pressure test: un piatto di pasta. E’ il premio Gac, acronimo di grazie al… ? No, figurati se i mattacchioni di MasterChef pensano a una pasta normale, di quelle che i redattori del fatto.it si fanno alle undici di sera dopo essersi letti tutti i mattinali delle Procure, da Asti a Lagonegro, essersi fatti dettare al telefono la linea da Casaleggio e aver odiato – concentratissimi, in gruppo – Matteo Renzi, con in mano un bambolino voodoo e spunzione. Niente di tutto questo, i concorrenti devono replicare un piatto dello chef Riccardo Camanini del Lido 84 di Gardone Riviera: cacio e pepe cotta in vescica di maiale. Hai detto un prospero. La cosa divertente è che siccome la pasta va cotta proprio dentro la vescica (gonfiata a fiato, come i clown con i palloncini a barboncino), ogni tanto i cuochi devono scuotere la suddetta vescica per capire se la pasta è cotta. E così si trasformano tutti in bartender con le vesciche. Loretta prende la palla di fuoco dall’acqua a cento gradi e fa tico tico tì e tico tico tì. Mani di tungsteno. Le mani di un coccodrillo, dice Bastianich Dundee. Risultato finale: ad Alessandro viene fuori una pasta slavata, tipo maccheroni e acqua. Gilberto porta un piatto dove “vedo il cacio e vedo il pepe”, scandisce Locatelli, a sottolineare che arrivati a questo punto è una notizia. Loretta porta più pepe, a prima vista, e Camanini fa il piacione: “Grazie per l’assaggio”. Federico ha molto sugo, ma ha buttato i maccheroni direttamente dalla vescica al piatto come una cesta di castagnole da frittino.

Dovrebbe dunque essere giunta l’ora di Alessandro e invece si salva solo Gilberto-Yahweh. E si prosegue con un’altra pasta. Una pasta normale di quelle che i redattori del Fat…? Fregati, era uno scherzo. Comunque entra un altro chef, con un’altra pasta tutta strana e naturalmente un dono del Signore. Cristoforo Trapani, chef al Magnolia dell’hotel Byron di Forte dei Marmi. Si tratta di (squadernare gli appunti) un rigatone pomodoro e mozzarella. Sembra un piatto salato ma è dolce, perché il rigatone è fritto e quindi croccante, il pomodoro va trattato, la mozzarella è una specie di ricotta. Dovrebbe essere giunta l’ora di Alessandro e invece si salva proprio lui.

E così il duello finale è tra l’archifashion Loretta e Fede il pescatore veneziano. E la pasta da preparare fa venire l’acquolina da qui alle elezioni di Cuba. Si chiama Strapazzo ed è una specialità della chef Barbara Agosti, dell’Eggs di Roma. Lo Strapazzo è una carbonara impanata e fritta da appoggiare su una barretta di legno tipo gelato. Unica variante che è una fonduta di pecorino e tartufo nero dentro la farcia. Roba da chiamare il proprio terapista. Commento serio, una tantum: Federico (vent’anni e già le mani callose a tirare su e giù reti nell’Adriatico) è forse quello che dall’inizio ha fatto il balzo più grande. Ma non è ancora sufficiente e Loretta si merita di rimanere. La differenza forse è anche nella testa, come sanno i tifosi interisti che ieri sera hanno assistito alla ottima prestazione della loro squadra con l’Eintracht, solo quarantotto ore dopo aver assistito alla partita della Juve.

AGGIORNAMENTO. La Sila è stata sospesa dal servizio, chiusa nelle segrete della redazione e destinata a dirigere il traffico per decisione del direttore che non ha gradito una battuta di questo articolo. Non è dato sapere quale, ma da domani sarà fatto divieto di nominare l’Inter se non dopo autorizzazione timbrata con ceralacca.

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