Questa va detta subito: a MasterChef si va fuori anche perché non si riesce a fare un po’ di popcorn come un cinema comanda. Una roba meritevole di un blitz del Nas con mandato spiccato dalla Procura di Trani (che tanto si occupa di tutto), chiusura totale, fine trasmissioni, giù le cler, aspiranti chef deportati all’ippodromo, autori del programma riformati al Contadino cerca moglie. Quando Bastianich ha assaggiato i popcorn, nel Pressure Test, ha messo mano alla cinta, ma la legittima difesa ancora non c’è e quindi non ha trovato la fondina. Resta che se uno arriva tra i primi 12 di MasterChef, ti fa una riduzione di daikon che è una bomba ma poi serve i popcorn sbruciacchiati, allora vale tutto, fino al paradosso che un giorno una che non è nemmeno commercialista farà la viceministra dell’Economia.

Ma riavvolgiamo il nastro, come dicono gli inviati sui campi di serie B. Inizia la Mistery e sembra il Rotary. Ogni cuoco deve assegnare a un altro un ingrediente e il tipo di portata. Potrebbe essere il regolamento perfetto per il remake di The Cube. E invece pare il trionfo di dame e cavalieri, par d’essere al ballo delle debuttanti della Wiener Staatsoper: sembrano tutti intenzionati a voler essere premiati dal Quirinale come eroi civili dell’anno. L’assegnazione più difficile è solo il dessert con un cavolfiore dato dall’archifascinosa Loretta al capitano (di navi) Salvatore, ma va in apnea anche Federico il pescatore con la quinoa che aveva sempre visto solo in cartolina regalata da Gloria, la secchioncella friulana. E’ qui che Gloria dimostra davvero un segugio da foxhound: “Credo che mi considerino un po’ una stronzetta”. Una conclusione degna dello Studio in rosso, visto che Gloria supera in astio personale perfino Renzi.

Ma il clima da Rigoberta Menchù è solo un’illusione. L’Invention Test, per usare un giro di parole, è un bagno di sangue. Puntuale come le tasse e la morte, arriva infatti la staffetta in coppia. Il piatto da cucinare è il branzino in costa in salsa choron dello chef Paul Bocuse, che ha lasciato le cucine e questo mondo proprio lo scorso anno dopo aver fatto la storia della cucina francese. Storia non rispettata quasi da nessuno, il raffronto tra l’originale coi colori quasi dorati e le copie più simili all’ocra è impietoso, come quando la Cuccarini si siede dalla Gruber come se fosse Miriam Mafai.

Federico il Sampei è salvo e in più può decidere di dare agli avversari i suggerimenti che Locatelli gli ha detto in un orecchio. E effettivamente regala questi consigli a Gloria, ma lo fa infilandosi i guanti neri di pelle di Richard Kuklinski. I consigli da Federico Saw L’Enigmista sono sbagliati apposta: le dice di fare il branzino a pezzi, resta sul vago sul tempo di cottura e dice di cuocere a 200 gradi invece di 180. Prima che dica di mettersi un naso rosso da pagliaccio e buttare in pentola zampe di farfalla e ali di pipistrello, Gilberto (che forse a suon di bastonate ora si sente un po’ meno Dio incarnato, forse soltanto Profeta) capisce che i pozzi sono avvelenati. Tanto che alla fine sono loro i migliori, mentre le peggiori sono Virginia e Valeria che hanno lasciato la crosta cruda e dura come la calcina, la farcia se la sono tenuta gelosamente a casa loro, hanno usato il luccio per dare la forma della testa al branzino incrostato. Mary Shelley sarebbe stata fiera di loro. Alessandro e Salvatore spingono Locateli verso Confucio: “La puff pastry si fa con l’egg wash“. E ora tutti di corsa su google translate.

In esterna si va sui Navigli, paesaggio familiare della Sila quando si scassa di amaro a fine primavera con conseguenti rimostranze del medico di base. Più precisamente le brigate devono gestire le cucine de L’altro Luca e Andrea e del Brellin. E scoprono com’è il mondo reale, cioè come lavorare. Gilberto sembra il M5s quando scopre le penali del Tap: al secondo ordine dalla sala va già in sbatti, come direbbe lui, perché gli sembra una faticaccia. Finita la pacchia eh?, twitterebbe cosetto, lì, come si chiama. Poi c’è il problema di Guido che invece di risolvere problemi crede di avere una serie di servetti a sua disposizione (“mi serve una boule, uno spazio dove battere le costine, pan grattato”) e così da maître à penser è diventata una rottura di rognoni. In più sono lenti come la quaresima e c’è qualcuno che minaccia di andarsene, come se fossimo a Hell’s Kitchen, dove in casi come questi Cracco va a recuperare in cantina il lanciafiamme e la vergine di Norimberga. Per la cronaca il tavolo (con bambini) che minacciava di andarsene mangia dopo un’ora. Dall’altra parte qua e là sono spuntati un risotto scotto e dei bondeghini diafani. Ma siccome hanno mangiato tutti, tanto basta per vincere. Si resta senza parole perché anche questa settimana si salva Giuseppe che è solo un pelino meno incredibile del fatto che Sibilia da 9 mesi sia sottosegretario all’Interno (merita ripeterlo maiuscolo: ALL’INTERNO).

Al pressure test si introduce lo strumento della grazia, che Cannavacciuolo dà a Gilberto ed Alessandro. E così rimangono in 5 a ballare l’hully gully. Qui i Picasso della scrittura di programmi tv, che sono tutti assunti a MasterChef, fanno partire la pantomima con gli chef che fanno i gigioni: seduti su poltrone e divani guardano un film (di Charlot) in tv e fanno un ordine attraverso tablet, tipo on delivery. Ovviamente complicano oltremodo la vita agli aspiranti chef: dopo aver ordinato un maiale all’ananas (china), si accorgono di avere un languorino che non può attendere un’ora e quindi chiedono anche i popcorn. Antonino pressa e quindi aggiungono un club sandwich al pollo. Ne viene che Verando con le sue bretelle e Virginia con le sue lacrimucce fanno dei popcorn bruciati (e pochi), sandwich non tostati, maiale all’ananas con pochissimo maiale. Locatelli prende un coltello e lo gira nella ferita: annuncia prima l’eliminazione di Verando (per l’ultima volta: si chiama davvero così) e chiede a Virginia se vuole dirgli qualcosa. Lei si spertica in parole di solidarietà e a quel punto Locatelli vibra il colpo anche su di lei. Questo MasterChef è così shocking da essere quasi sadico. Fa soffrire quasi di più della tortura del dibattito sul Tav.

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