L’Arabia Saudita potrebbe entrare nelll’assemblea dei soci del Teatro alla Scala con una donazione di 15 milioni di euro: l’indiscrezione, apparsa su Repubblica, scatena ora la politica, un po’ come era successo con la finale di Supercoppa italiana di calcio. Maurizio Gasparri (Forza Italia) ha presentato un’interrogazione al ministro della Cultura Alberto Bonisoli. Il presidente della Commissione Diritti Umani del Parlamento Europeo, Antonio Panzeri, ha parlato di “uno schiaffo alla Milano dei diritti“. Il sindaco Beppe Sala concede un’apertura al progetto, purché serva per promuovere la cultura italiana all’estero e le condizioni dell’accordo “siano totalmente trasparenti rispetto alla provenienza dei fondi e agli obiettivi”. Tutto, comunque, verrà discusso durante il cda del 18 marzo: fino ad allora, no comment.

Il principe ereditario Moḥammad bin Salmān è sotto accusa per le ripetute violazioni dei diritti umani: il caso più eclatante è stato l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, ucciso nell’ambasciata saudita, forse proprio su ordine del principe. Ma l’elenco sarebbe lungo, fino ad arrivare all’arresto delle attiviste per il diritto alla guida, detenute in carcere e sottoposte a tortura.

L’accordo tra Arabia e Scala, secondo Repubblica, si basa su tre punti principali. Il primo è un finanziamento di 15 milioni di euro. Una cascata di denaro che nel mondo della lirica è ossigeno, anche se La Scala è uno dei pochi teatri italiani che non è in perdita. Arriverebbero comunque tre milioni ogni anno, per 5 anni, più 100mila euro per finanziare l’Accademia. Non è detto che debba essere l’Arabia Saudita in quanto Stato, quindi direttamente la casa reale, a donare la somma: potrebbe essere una società, una banca o un privato. “Se è l’occasione per rinforzare l’immagine della Scala a livello internazionale ci sta – ha dichiarato il sindaco Beppe Sala questa mattina – ma un finanziamento puro non credo funzionerebbe”. Se, come e a che titolo l’Arabia Saudita entrerà nella Fondazione si deciderà il 18 marzo, ribadisce il sindaco, che siede anche a capo del cda. Fermo restando “la necessità di essere totalmente trasparenti rispetto alla provenienza dei fondi e degli obiettivi”. Più cauto è invece il governatore Attilio Fontana, che prende tempo: “La possibilità per la Scala di portare la propria cultura nei Paesi del Golfo è sicuramente positiva, ma per quanto riguarda l’eventualità del governo saudita di entrare nel cda credo che si debba valutare, esaminare, capire cosa dirà il governo nazionale”.

In base a ciò che verrà deciso nelle prossime settimane, Riad potrebbe entrare come socio fondatore privato. I soci fondatori del teatro alla Scala – quelli cioè che hanno il diritto di sedere in assemblea – si distinguono in ordinari e permanenti: i primi devono versare 600mila euro all’anno, i secondi 6 milioni. Lo Stato, il Comune e la Regione sono i tre soci fondatori di diritto; la città metropolitana e la Camera di Commercio sono i due fondatori pubblici permanenti, a cui si aggiungono 12 privati, come Pirelli, Eni, Tod’s, Allianz e Fininvest. Infine, ci sono nove fondatori sostenitori, tra cui Intesa San Paolo, Dolce e Gabbana, Luxottica, Ubi Banca e Bmw.

Il secondo punto è il progetto di creare un conservatorio a Riad, i cui insegnanti sarebbero selezionati direttamente dall’Accademia della Scala. Un coro di voci bianche, corsi di musica e una compagnia di giovani danzatori, un progetto caldeggiato dal sovrintendente Alexander Pereira. Terzo punto, unico per ora confermato, è l’allestimento di due concerti in Arabia Saudita, annunciati dal Piermarini tra i suoi prossimi progetti internazionali. A luglio, un’esecuzione della Traviata a Riad sotto forma di concerto (diretta da Zubin Mehta) e a settembre due rappresentazioni di Rigoletto con Leo Nucci. Il Teatro Alla Scala ha un’intensa attività all’estero, dalla Finlandia all’India, dalla Cina all’Algeria. Ma arrivare in Arabia Saudita è un traguardo storico, considerando che musica e danza erano attività bandite fino a poco tempo fa.

Quella tra Pereira e il principe Badr bin Farhan al Saud, ministro della Cultura saudita, è più di una semplice partnership. Fa parte del progetto del principe ereditario di dare un nuovo volto al Paese. Ma l’incontro tra il tempio della lirica e uno stato in bilico tra slancio modernizzatore e sistemi liberticidi ha sollevato molte polemiche. Maurizio Gasparri ha già annunciato un’interrogazione al ministro dei Beni Culturali, Alberto Bonisoli: “Pecunia non olet – ha scritto – ma non è un principio eticamente sempre condivisibile”. Oggi Gasparri ha nuovamente esortato il ministro a rispondere: “Bisogna dire chiaramente e a tutti i livelli no alla presenza dell’Arabia Saudita nel cda di una nostra istituzione culturale. Non offre garanzie sotto il profilo del rispetto dei diritti fondamentali”. Il senatore di Forza Italia ha poi aggiunto: “Sarebbe un paradosso che a Milano marcino contro un presunto razzismo, che in Italia non c’è, e poi spalanchino le porte a chi governa secondo principi assolutistici il proprio Paese”.

E l’allarme suona anche a Bruxelles, per bocca del presidente della commissione Diritti Umani del Parlamento Europeo, Antonio Panzeri (bersaniano eletto col Pd, ma ora in Articolo 1-Mdp) considera l’ingresso dei sauditi nel cda “uno schiaffo alla Milano dei diritti“. Specialmente, aggiunge, dopo la manifestazione dello scorso sabato. “Capisco anche la necessità di ottenere fondi, ma non possiamo assolutamente permettere che uno dei simboli di Milano collabori con chi nel proprio Paese calpesta quotidianamente diritti e libertà”. Conclude l’eurodeputato: “Al Parlamento Europeo stiamo facendo tanto per fare pressione contro il governo di Mohammed bin Salman, auspico che anche il cda e il sovrintendente Alexander Pereira stiano dalla nostra parte e rifiutino l’ipotesi”.

Il finanziere Francesco Micheli che siede nel consiglio d’amministrazione della Scala (oltre a essere un irriducibile melomane) sottolinea il ruolo della Scala come ambasciatore della cultura italiana nel mondo: “La Scala prepara gli spettacoli come ai tempi di Muti e Abbado, con prove molteplici e rifiniture che garantiscono l’eccellenza, contrariamente ai teatri di repertorio che fanno produzione di massa. In tal senso dopo 15 anni di gestione in mano agli stranieri, prima un francese e oggi un austriaco, è il momento di tenerne conto”.

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