Manfred Weber, candidato di punta del Partito Popolare Europeo (Ppe) alla presidenza della Commissione Ue, ha dato l’ultimatum a Viktor Orbán. L’ultima possibilità di evitare l’espulsione del suo partito, Fidesz, dalla più grande famiglia politica europea è legata a tre condizioni imprescindibili che il politico bavarese ha elencato in una lettera inviata al presidente del Ppe, Joseph Daul, dopo lo scontro tra Budapest e Bruxelles sul lancio della campagna contro l’Unione europea del governo ungherese che ha messo nel mirino il magnate George Soros e l’attuale presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker. Lo scontro rischia di rappresentare un punto di non ritorno nei rapporti tra il premier ungherese e i Popolari europei, a meno che il leader magiaro non decida di fare un passo indietro ed evitare un’espulsione che sarà discussa nell’assemblea politica del 20-21 marzo. La lettera di Weber, però, sembra anche dettare la linea politica del prossimo Ppe: basta ai compromessi sui principi fondanti del partito, anche a rischio di perdere i seggi del partito ungherese, soddisfacendo così le richieste dell’ala più liberale e iniziando i lavori per costruire alleanze post-elettorali con i partiti di centro. Primo partner sarebbe Emmanuel Macron che, con la lettera agli europei cui si mette di nuovo alla testa di progressisti ed europeisti, ha già raccolto l’approvazione di Weber.

La lettera dello Spitzenkandidat arriva pochi giorni dopo che lo stesso Weber aveva promesso “misure concrete” contro la deriva illiberale e anti-europea del partito di governo ungherese sfociata nella campagna lanciata da Fidesz. “Possiamo essere una forza politica credibile, forte, di successo e che guarda al futuro solo se rispettiamo dei principi comuni – si legge nel testo inviato a Daul, anche lui molto critico nei confronti dell’atteggiamento di Orbán – I continui attacchi ai leader del Ppe, la mancanza di volontà nel risolvere le procedure d’infrazione aperte e, negli ultimi giorni, gli attacchi nei confronti di altri membri del Ppe danneggiano seriamente l’unità del nostro partito”. Quando cita gli episodi più recenti, Weber si riferisce alla risposta di Orbán dopo che dodici partiti del Ppe hanno chiesto di discutere l’espulsione di Fidesz in occasione della prossima assemblea del 20 e 21 marzo. “Useful idiots”, utili idioti, li aveva definiti il premier ungherese in un’intervista a Die Welt am Sonntag.

Nella lettera a Daul, Weber stila poi l’elenco dei presupposti per mantenere Fidesz all’interno del Ppe, una linea rossa invalicabile per il partito di governo ungherese. “Per preservare l’unità del Ppe – continua –, Fidesz dovrà compiere passi concreti e dimostrare la volontà di rimanere membro del Ppe. Per questo, è necessario che rispetti questi punti chiave”. Innanzitutto, “manifesti e altri materiali usati per portare avanti questa campagna di fake news contro Jean-Claude Juncker devono essere immediatamente rimossi”. Il secondo punto si concentra sul fatto che “Fidesz deve capire che questa campagna ha causato danni politici considerevoli e che molti nel Ppe si aspettano che questo venga riconosciuto, con l’impegno ad evitare nuovi casi in futuro”. Il riferimento è alla nuova campagna annunciata dal partito dopo la fine di quella contro Juncker e Soros, prevista per il 15 marzo, che vorrebbe prendere di mira il primo vicepresidente della Commissione e Spitzenkandidat dei Socialisti, Frans Timmermans. Terzo e ultimo impegno è legato invece alla questione della Central European University, l’ateneo fondato da George Soros costretto ad abbandonare il Paese dopo le restrizioni imposte dalla nuova legge voluta dal governo di Budapest: “La libertà della scienza è per noi fondamentale – ha spiegato il membro della Csu tedesca – La situazione legale riguardante la Central European University deve essere chiarita”. “Se Fidesz – ha poi concluso – non rispetterà queste richieste, l’unica opzione rimarrà quella di escludere il partito dal Ppe”.

Orbán, dal canto suo, non sembra ancora aver preso una decisione sul futuro europeo di Fidesz. Da una parte fa la voce grossa, continuando ad attaccare i propri alleati a Bruxelles che chiedono la sua espulsione, dall’altra ha escluso un suo passaggio tra le file del fronte sovranista guidato da Matteo Salvini che lo accoglierebbe a braccia aperte. “Siamo nel Ppe e ci restiamo, non ci sono piani B”, ha dichiarato durante l’intervista a Die Welt. Resta da capire, però, se queste parole sono il segno che anche il premier magiaro ha capito di dover chinare la testa e riallinearsi ai Popolari, oppure se si tratta solo di una strategia per tenere il punto e, allo stesso tempo, non apparire responsabile di una futura espulsione dal partito.

Weber, però, sembra ormai aver deciso la strada da seguire. Non a caso ha ripetuto gli stessi concetti espressi nella lettera a Daul anche durante un incontro con la stampa nella sua Bassa Baviera, dove ha anche lasciato intendere quali potrebbero essere le future alleanze dopo il voto per le Europee di maggio. Il candidato del Ppe, che con la grana Orbán ha rischiato di vedere il partito dividersi tra chi chiedeva di trattenere a tutti i costi la formazione ungherese e chi, soprattutto tra i partiti del nord Europa più legati ai principi liberali, chiedeva il rispetto dei valori fondanti del gruppo e l’espulsione di Fidesz, sembra aver deciso di optare per una svolta centrista, prendendosi il rischio di perdere i 12 seggi di Budapest. Weber, esponente dell’ala conservatrice e da sempre aperto a un dialogo con le destre nazionaliste, ha cercato di dettare la linea, strizzando anche l’occhio ai macronisti di En Marche, possibili alleati post-elettorali per la formazione di una maggioranza europeista a Bruxelles. Il candidato Popolare ha colto l’occasione per tornare sulla lettera agli europei pubblicata da Emmanuel Macron nei giorni scorsi e tradotta in 24 lingue, dando “pieno sostegno” alle ambizioni del presidente francese che avrebbe così mostrato “il giusto approccio” in vista del voto.

Una lettera, quella del capo dell’Eliseo, che rappresenta il nuovo manifesto macronista per una grande riforma dell’Unione europea, continuazione del discorso alla Sorbona del settembre 2017, e che mette il presidente, almeno nelle sue intenzioni, alla guida del fronte europeista e progressista che si schiera contro l’avanzata del sovranismo e dei neonazionalismi. Nel testo, Macron usa la Brexit come esempio di una propaganda nazional-populista che ha portato a un disastro per tutte le parti in causa e rilancia la sua idea di Europa. Un’Unione che, a suo avviso, deve ripartire proprio dalla “libertà democratica, quella di scegliere i nostri governanti laddove, ad ogni scrutinio, alcune potenze straniere cercano di influenzare i nostri voti” creando “un’agenzia europea di protezione delle democrazie che fornirà esperti europei ad ogni Stato membro per proteggere il proprio iter elettorale contro i cyber-attacchi e le manipolazioni”. La riforma dell’Ue, continua il presidente francese, non può prescindere dalla riforma delle politiche d’asilo, dello spazio Schengen, dal rafforzamento delle frontiere esterne. Infine, non escludendo la possibilità di un’Europa a più velocità, soprattutto nelle prime fasi del cambiamento, il capo dell’Eliseo chiede politiche e leggi comuni che rispettino standard europei in tutti i Paesi membri, soprattutto in tema di ambiente, salario minimo garantito, controlli sugli alimenti, e un grande progetto che doti “il nuovo Consiglio europeo dell’innovazione di un budget comparabile a quello degli Stati Uniti, per prendere la guida dei nuovi grandi cambiamenti tecnologici come l’intelligenza artificiale. Libertà, protezione, progresso. Dobbiamo costruire su questi pilastri un Rinascimento europeo”.

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