E non sono solo parole di cittadini esasperati: negli anni ufficiali d’alto rango sono stati più volte implicati in indagini per droga. Lo chiamano Cartel del sol. La più recente e clamorosa è la vicenda che coinvolge due nipoti di Maduro (Efraín Antonio Campo Flores e Francisco Flores de Freitas), arrestati nel novembre 2015 a Haiti in un’operazione congiunta della Drug Enforcement Administration statunitense e della polizia haitiana: i due stavano per ricevere milioni di dollari come acconto sul trasporto con aerei privati di oltre 800 kg di cocaina dal Venezuela agli Usa via Honduras. Nel dicembre 2017 sono stati condannati a 18 anni di prigione. I documenti della procura parlano di accordi con le FARC colombiane per il traffico di droga con “l’imprimatur dell’attuale presidente del Governo del Venezuela” e mostrano che l’organizzazione criminale usava un hangar dell’Aeroporto Internazionale Simón Bolívar di Maiquetía, controllato da Maduro, per stoccare la cocaina giunta dalla Colombia e diretta in Messico, Honduras, Stati Uniti e atri paesi. La sentenza emessa dalla Corte distrettuale del Distretto Sud di New York afferma anche che i due intendevano usare parte dei soldi del narcotraffico per finanziare la campagna elettorale della zia, moglie di Maduro, che correva per l’Assemblea Nazionale nel dicembre 2015. In un’intercettazione ambientale dell’ottobre 2015, Campo Flores affermava: “Mia madre” (Cilia Flores, di cui i due si consideravano figliocci) “corre per le elezioni e mi servono… 20 milioni di dollari. In altre parole, la questione dei soldi… li abbiamo bisogno per dicembre. Vogliamo prendere di nuovo possesso dell’Assemblea Nazionale e… di parecchi altri posti di potere”. In un’altra intercettazione, Campo Flores pianifica di usare parte dei proventi per corrompere ufficiali locali che avrebbero dovuto “aiutare” Cilia Flores nelle elezioni e parla di un accordo con Diosdado Cabello, che avrebbe permesso alla “famiglia” di “controllare completamente il petrolio in Venezuela”. E parliamo del numero due del regime, già presidente dell’Assemblea Nazionale e oggi presidente dell’Assemblea Nazionale Costituente, nonché vice-presidente del partito socialista venezuelano. Le comunicazioni sequestrate nei telefoni degli imputati dimostravano pure che i due erano impegnati nel sollecitare tangenti dai debitori della PDVSA, la compagnia petrolifera di stato, in cambio di promesse che un altro cugino, Carlos Erik Malpica-Flores, avrebbe spinto PDVSA ad effettuare il pagamento di determinati debiti. (qui la notizia e qui la sentenza completa e qui la sentenza completa)

Tutto vero, dunque, e le persone con cui parlo sono molto arrabbiate per certa “confusione” nei media occidentali. Ad esempio, ci tengono a sottolineare che Guaidò non è affatto “autoproclamato” presidente, ma che la Costituzione venezuelana, all’art. 233, prevede che – in circostanze straordinarie – il presidente del Parlamento possa dichiarare decaduto il presidente in carica e indire nuove elezioni, assumendone ad interim il ruolo. Guaidò – sottolineano i venezuelani con cui parlo – è stato democraticamente eletto dal popolo come deputato nel 2015, ma siccome in quel parlamento risultava vincente l’opposizione, Maduro, con un decreto presidenziale nel maggio 2017, vi ha contrapposto un’Assemblea nazionale costituente, non riconosciuta da molti stati esteri, UE compresa. In sostanza, siamo davanti a due presidenti e due parlamenti.

Ma i nostri interlocutori non hanno dubbi: nessuno sta con Maduro, tranne i generali e la cerchia ristretta di chi lucra sulla permanenza al potere. Le manifestazioni pro Maduro? Balle, mi dicono, “la tv venezuelana mostra immagini di repertorio, anche con gente che nel frattempo è morta”. E non solo: i giornalisti che parlano e provano ad andare contro il regime o scappano all’estero, o finiscono in galera. Anche gli stranieri: come il giornalista tedesco Billy Six, in carcere da tre mesi, in isolamento. Non gli è stato consentito di vedere il suo avvocato, né di contattare la famiglia. Il 3 febbraio ha scritto a mano una lettera indirizzata al Ministro dell’Interno e della Giustizia venezuelano, Néstor Reverol, elencando tutte le violazioni subite in detenzione ed annunciando una sciopero della fame. 

 

Reporter Senza Frontiere, che pone il Venezuela al 143° posto su 180 per la libertà di stampa, il 1 febbraio ha chiesto l’intervento del Segretario generale dell’Onu, segnalando che solo nella settimana precedente erano stati arrestati otto giornalisti stranieri che coprivano le manifestazioni: il brasiliano Rodrigo Lopes, i colombiani Leonardo Muñoz e Maurén Barriga Vargas, lo spagnolo Gonzalo Domínguez Loeda, i francesi Pierre Caillé e Baptiste des Monstiers e i cileni Rodrigo Pérez e Gonzalo Barahona. Sottoposti a carcerazione preventiva e interrogatori, alcuni di loro sono stati poi espulsi.

I venezuelani che incontro continuano la loro narrazione: tanti hanno lasciato il paese, i più poveri a piedi, andando verso la Colombia. E mi esprimono la loro gratitudine verso i paesi sudamericani che li hanno accolti, tanti senza nemmeno passaporto (che il governo non dà o non rinnova) ma solo con le carte d’identità. Nazil mi racconta che sua sorella è andata a piedi fino in Colombia solo per far vaccinare il bambino. I farmaci non ci sono e le cure a disposizione costano carissime, perché vengono tutte dall’estero. “I prezzi di tutto sono decisi dal governo – spiegano – e se produci un litro di latte, lo devi vendere al prezzo imposto. Che però è troppo basso. Così tantissime aziende hanno chiuso e ciò che si trova è tutto importato e troppo caro”. Jesùs ha due fratelli in Colombia, una zia in Bolivia. A casa restano la nonna e la mamma, che al telefono gli dice: “Oggi non ho mangiato”.

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